L’Iran dispone ancora di un arsenale missilistico considerevole, conserva la capacità industriale di produrre nuovi missili e droni e, secondo informazioni raccolte da Bloomberg presso funzionari occidentali, starebbe ricevendo ulteriori forniture militari dalla Russia. È un quadro assai diverso da quello presentato dall’amministrazione Trump dopo le operazioni militari condotte contro la Repubblica islamica, e solleva interrogativi sull’effettiva capacità degli Stati Uniti e di Israele di neutralizzare durevolmente la minaccia iraniana.
Secondo le valutazioni riferite all’agenzia americana, Teheran avrebbe sfruttato gli ultimi mesi di relativa tregua per riparare gli impianti danneggiati, ricostituire le scorte e ripristinare una parte significativa della propria industria bellica. Le riserve comprenderebbero missili balistici e sistemi antinave, mentre le fabbriche sarebbero in grado di incrementare rapidamente la produzione. Uno dei funzionari interpellati sostiene inoltre che Mosca stia fornendo missili all’Iran, circostanza sulla quale il ministero della Difesa russo non ha rilasciato commenti.
La questione è particolarmente delicata perché investe direttamente i risultati delle due grandi campagne militari condotte contro Teheran. La prima, nel giugno 2025, culminò nell’intervento americano contro gli impianti nucleari iraniani. La seconda, avviata il 28 febbraio 2026 da Stati Uniti e Israele, aveva tra i suoi obiettivi principali la distruzione delle capacità convenzionali che proteggevano il programma nucleare.
Il 30 settembre il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth aveva dichiarato che la capacità industriale militare iraniana era stata distrutta. La Casa Bianca continua a sostenere questa valutazione. La portavoce Anna Kelly, interpellata da Bloomberg, ha respinto le conclusioni dei funzionari occidentali, rivendicando l’efficacia delle operazioni americane contro gli impianti nucleari, le installazioni missilistiche e la marina iraniana.
La divergenza riguarda un punto strategico essenziale. La distruzione di depositi, rampe di lancio e stabilimenti può ridurre drasticamente la potenza offensiva di un Paese, senza impedirgli di ricostituirla nel tempo, soprattutto quando dispone di competenze tecnologiche, infrastrutture sopravvissute e alleati disposti a sostenerlo.
Per Israele il problema assume un’urgenza particolare. Un eventuale nuovo attacco americano contro l’Iran potrebbe provocare una risposta missilistica diretta contro il territorio israeliano, anche qualora Gerusalemme rimanesse formalmente estranea all’operazione.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal quotidiano israeliano Maariv, Washington avrebbe recentemente sollecitato Israele a condurre un’operazione autonoma contro l’Iran, evitando un coinvolgimento diretto delle forze americane. La notizia, priva di conferme ufficiali, si inserisce nel clima politico che precede le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste per il 3 novembre.
Il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, avrebbe espresso forti riserve, avvertendo che una nuova guerra potrebbe comportare il rinvio delle elezioni della Knesset, fissate per il 27 ottobre. Secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, l’ipotesi sarebbe stata per il momento accantonata.
Nel frattempo Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non riprenderanno gli attacchi contro l’Iran prima delle elezioni americane. Il Pentagono, tuttavia, starebbe esaminando diverse opzioni operative, comprese nuove offensive contro le infrastrutture energetiche e gli arsenali missilistici iraniani.
Resta aperto il problema della reale consistenza delle forze di Teheran. Le valutazioni occidentali riportate da Bloomberg provengono da fonti anonime e non consentono di stabilire con precisione quanti missili siano ancora disponibili o quale sia l’effettiva capacità produttiva degli stabilimenti sopravvissuti ai bombardamenti. Indicano però che la possibilità di una rapida ricostituzione dell’arsenale iraniano viene presa seriamente in considerazione.
Per Washington e Gerusalemme la questione decisiva sarà dunque stabilire quanto a lungo gli effetti delle operazioni militari possano contenere la minaccia iraniana. E quanto la collaborazione con Mosca possa accelerare il riarmo di Teheran, modificando ancora una volta gli equilibri strategici del Medio Oriente.

