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Iran. Ancora un impiccato con l’accusa di spionaggio

Hossein Pedaran era accusato di aver consegnato a Israele informazioni sui siti missilistici di Isfahan durante la guerra dei dodici giorni

Paolo Montesi

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Iran. Ancora un impiccato con l’accusa di spionaggio
Iimmagine generata con AI

L’Iran ha impiccato Hossein Pedaran, condannato a morte con l’accusa di aver fornito al Mossad informazioni riservate sui siti missilistici della provincia di Isfahan. L’esecuzione, annunciata sabato 19 settembre dalla magistratura iraniana, segna un nuovo passaggio nella vasta campagna contro i presunti collaboratori di Israele avviata da Teheran dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e intensificata con il conflitto iniziato lo scorso febbraio.

Secondo l’agenzia Mizan, organo della magistratura della Repubblica islamica, Pedaran avrebbe trasmesso agli israeliani dati riguardanti installazioni militari e missilistiche nella provincia di Isfahan, una delle aree strategicamente più sensibili dell’Iran, dove si trovano anche importanti infrastrutture legate al programma nucleare. La condanna per «spionaggio e cooperazione d’intelligence» con Israele era stata confermata dalla Corte Suprema iraniana. Le autorità sostengono inoltre che l’uomo abbia agito in cambio di denaro.

Il procedimento, tuttavia, era rimasto fino all’esecuzione quasi interamente fuori dalla sfera pubblica. Non esistono riscontri indipendenti alle accuse formulate da Teheran e le informazioni disponibili sulla vicenda provengono in larga parte dalla stessa magistratura iraniana. Organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni l’opacità dei processi per reati contro la sicurezza nazionale, celebrati davanti ai tribunali rivoluzionari, e contestano l’uso di confessioni ottenute durante la detenzione.

La vicenda di Pedaran assume un significato particolare perché riguarda Isfahan, cuore di una parte rilevante dell’apparato militare e nucleare iraniano e bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. Secondo la versione diffusa dalle autorità, l’uomo avrebbe raccolto informazioni su strutture sensibili e sul personale che vi lavorava. Mizan sostiene che alcuni dei dati consegnati abbiano contribuito a individuare obiettivi successivamente colpiti durante la guerra del giugno 2025.

È proprio dopo quel conflitto che la caccia alle presunte reti israeliane ha assunto dimensioni molto più ampie. Arresti, condanne capitali ed esecuzioni per collaborazione con il Mossad si sono moltiplicati, mentre la penetrazione dell’intelligence israeliana è diventata uno dei problemi più delicati per l’apparato di sicurezza iraniano. In agosto erano già stati giustiziati altri due uomini accusati di aver comunicato a Israele le coordinate di siti militari e di sicurezza.

La repressione si inserisce in un ricorso alla pena capitale che va molto oltre i casi di spionaggio. Secondo Iran Human Rights e l’organizzazione francese Ensemble contre la peine de mort, nel 2025 nella Repubblica islamica sono state eseguite almeno 1.639 condanne a morte, il numero annuale più alto registrato dal 1989. Amnesty International considera l’Iran il secondo Paese al mondo per numero di esecuzioni dopo la Cina.

La pressione su Teheran, intanto, procede anche sul terreno economico. Quasi contemporaneamente all’annuncio dell’esecuzione di Pedaran, la Turchia ha revocato la licenza operativa della filiale di Istanbul di Bank Mellat, istituto iraniano da anni sottoposto a sanzioni occidentali e già colpito per i suoi rapporti con l’apparato statale iraniano. Ankara ha formalmente motivato la decisione richiamando i rischi per i depositanti e per la stabilità del sistema finanziario.

Per la Repubblica islamica il fronte interno e quello esterno sono ormai strettamente intrecciati. Mentre la guerra ha esposto vulnerabilità militari e di intelligence che Teheran cerca di colmare, la risposta del regime passa anche attraverso un’accelerazione repressiva. L’esecuzione di Pedaran indica che la caccia ai presunti infiltrati israeliani è destinata a proseguire e che, in un Iran sottoposto a una pressione crescente, l’accusa di collaborazione con il Mossad è diventata una delle più gravi che il sistema giudiziario possa formulare.