Home > Focus Iran > Iran, i Pasdaran si preparano alla guerra e temono la rivolta

Iran, i Pasdaran si preparano alla guerra e temono la rivolta

Basi evacuate, armi trasferite e miliziani mobilitati. Cresce la tensione mentre gli oppositori sperano nella caduta del regime

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Iran, i Pasdaran si preparano alla guerra e temono la rivolta
Iimmagine generata con AI

In Iran i Guardiani della Rivoluzione si preparano a un nuovo conflitto, mentre nelle città aumentano i posti di blocco e si moltiplicano le misure per prevenire un’insurrezione popolare. Il regime degli ayatollah teme evidentemente che un’altra guerra possa offrire agli oppositori l’occasione per tornare nelle piazze e sfidare un potere già logorato dalla crisi economica e dalla repressione.

Le testimonianze raccolte oggi, 18 ottobre, dall’emittente israeliana N12 descrivono un Paese attraversato dall’attesa e dall’incertezza. Secondo alcuni cittadini iraniani, i Pasdaran starebbero evacuando installazioni militari situate nei centri abitati, trasferendo armamenti e mezzi corazzati verso le regioni occidentali e richiamando in servizio gli appartenenti ai Basij, la milizia paramilitare utilizzata per soffocare le manifestazioni antigovernative. Si tratta di informazioni provenienti da fonti civili, che al momento non trovano una conferma indipendente.

Il dato politicamente più significativo riguarda tuttavia la natura di questi preparativi. Il trasferimento delle armi fuori dalle città, secondo le testimonianze, risponderebbe anche al timore che possano finire nelle mani della popolazione qualora scoppiassero disordini. Una precauzione che rivela quanto la sicurezza interna sia diventata una preoccupazione centrale per la Repubblica islamica.

A Teheran, racconta un residente intervistato da N12, i posti di controllo sarebbero aumentati sensibilmente. Alle famiglie dei miliziani Basij verrebbero inoltre offerti compensi per partecipare a manifestazioni pubbliche di sostegno al governo, sventolando le bandiere della Repubblica islamica. Una dimostrazione di consenso che, se confermata, suggerirebbe la difficoltà delle autorità a mobilitare spontaneamente i propri sostenitori.

Il timore di una nuova sollevazione ha ragioni precise. Le proteste del gennaio 2026, represse con migliaia di vittime secondo le organizzazioni per i diritti umani, hanno mostrato quanto sia profonda la frattura tra una parte consistente della società iraniana e la classe dirigente religiosa e militare. La risposta del potere è stata un ulteriore inasprimento della repressione.

Il 13 ottobre Amnesty International ha denunciato l’esecuzione di cinque persone condannate in relazione a quelle manifestazioni, dopo processi segnati da gravi irregolarità e confessioni estorte sotto tortura. Almeno 34 persone sono state giustiziate dall’inizio dell’anno per vicende collegate alla rivolta. La pena capitale continua così a essere utilizzata come strumento di intimidazione politica.

Intanto la crisi economica rende ancora più difficile la vita quotidiana. Un abitante di Mashhad racconta che molte famiglie riescono appena a procurarsi il necessario per sopravvivere e sono impossibilitate persino ad accumulare scorte alimentari in previsione di una guerra. In questo clima, l’eventualità di un nuovo intervento militare viene accolta da alcuni oppositori come la possibile occasione per liberarsi degli ayatollah.
È una speranza accompagnata da rischi enormi. Un conflitto potrebbe indebolire gli apparati repressivi, ma anche provocare nuove vittime civili e offrire al regime ulteriori giustificazioni per arresti ed esecuzioni. La caduta della Repubblica islamica, inoltre, richiederebbe un’organizzazione politica capace di trasformare la protesta in un’alternativa di governo.

Alcuni iraniani intervistati dall’emittente israeliana rivolgono direttamente a Donald Trump l’invito a portare fino in fondo un eventuale intervento contro i Pasdaran. Ritengono che il regime voglia guadagnare tempo attraverso concessioni diplomatiche limitate, aspettando condizioni internazionali più favorevoli.

Resta da capire quanto queste posizioni siano diffuse nella popolazione. Le testimonianze raccolte indicano comunque una realtà inquietante per Teheran. Mentre i suoi apparati militari si preparano a fronteggiare un possibile nemico esterno, il potere deve continuare a sorvegliare milioni di cittadini dei quali teme la ribellione. E proprio questa doppia minaccia potrebbe rivelarsi la prova più difficile per la sopravvivenza della Repubblica islamica.