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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Elie Wiesel, la coscienza che non chiedeva permesso

La sua autorità non veniva dal Nobel né dalla celebrità. Veniva dalla libertà di parlare quando il silenzio era più comodo

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Elie Wiesel, la coscienza che non chiedeva permesso

Ci sono intellettuali che acquistano autorità perché occupano una cattedra, frequentano i luoghi giusti, ricevono premi. Ed esistono uomini ai quali, a un certo punto, gli altri cominciano a rivolgersi perché sentono che la loro parola pesa. Elie Wiesel apparteneva a questa seconda specie. Il Nobel per la pace del 1986 consacrò una notorietà già enorme, senza crearla e la sua forza veniva da qualcosa di più difficile da conquistare: una coerenza durata una vita.

Era nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, in una famiglia ebraica profondamente religiosa. Aveva quindici anni quando fu deportato ad Auschwitz. Sua madre e la sorella minore furono uccise; il padre morì a Buchenwald poco prima della liberazione. Wiesel sopravvisse, studiò in Francia, divenne giornalista. Per quasi dieci anni tacque sull’esperienza dei campi. L’incontro con François Mauriac lo spinse infine a scrivere La notte, pubblicato prima in yiddish e poi, nel 1958, in francese. Sarebbe diventato uno dei libri essenziali del Novecento. Ma fermarsi a La notte significa vedere soltanto una parte di Wiesel.

Scrisse più di sessanta libri: romanzi, saggi, testi biblici, racconti chassidici, opere teatrali. L’alba e Il giorno completarono la trilogia iniziata con La notte; Gli ebrei del silenzio raccontò la condizione degli ebrei sovietici; Il processo di Shamgorod portò sulla scena il confronto terribile dell’uomo con Dio; Anime in fiamme recuperò la tradizione dei maestri chassidici.

Nella sua scrittura tornano continuamente Dio, il dubbio, Israele, la memoria, la colpa del sopravvissuto, la responsabilità dell’uomo davanti all’altro. Fu qui che il testimone diventò coscienza morale.
Wiesel comprese che ricordare Auschwitz obbligava a guardare anche ciò che accadeva fuori dal perimetro della propria storia. Si batté per gli ebrei sovietici quando la loro sorte interessava ancora relativamente poco l’opinione pubblica occidentale. Intervenne per i desaparecidos argentini, per i rifugiati cambogiani, per i curdi, contro l’apartheid sudafricano, per le popolazioni colpite dalle guerre nella ex Jugoslavia. La sofferenza vissuta, diceva, non conferisce privilegi: conta ciò che se ne fa ed è proprio questa idea a spiegare forse meglio di ogni altra la sua grandezza.

Nel 1985, alla Casa Bianca, ricevendo la Congressional Gold Medal, si rivolse direttamente a Ronald Reagan e gli chiese di rinunciare alla visita al cimitero militare di Bitburg, dove erano sepolti anche membri delle Waffen-SS. Reagan era lì, davanti a lui. Wiesel avrebbe potuto pronunciare il discorso cerimoniale che l’occasione suggeriva. Scelse invece il dissenso. Lo fece con rispetto, ma senza arretrare di un centimetro.

Nel 1999 tornò alla Casa Bianca e pronunciò uno dei suoi interventi più celebri, The Perils of Indifference. L’indifferenza, spiegò, favorisce sempre l’aggressore e abbandona la vittima una seconda volta. Era il punto di arrivo di un pensiero costruito lungo mezzo secolo: davanti al male, voltarsi dall’altra parte costituisce già una scelta. Wiesel fu anche profondamente e dichiaratamente sionista. Israele non rappresentava per lui un imbarazzo da attenuare per conservare rispettabilità nei salotti occidentali. Lo considerava la casa politica del popolo ebraico e una garanzia essenziale della sua sicurezza. Al tempo stesso cercò occasioni di dialogo e contribuì, nel 2006, a mettere in contatto Ehud Olmert e Mahmoud Abbas.

Presiedette la commissione voluta da Jimmy Carter sulla memoria della Shoah, fu tra i fondatori dello United States Holocaust Memorial Council, insegnò per decenni alla Boston University e, dopo il Nobel, creò con la moglie Marion la Elie Wiesel Foundation for Humanity. Morì a New York nel 2016.

Il suo posto tra gli intellettuali senza collare nasce soprattutto da ciò che rifiutò di diventare. Non trasformò il dolore in una rendita morale, la celebrità in prudenza, il prestigio in appartenenza a una tribù culturale. Poteva parlare al presidente degli Stati Uniti e contraddirlo guardandolo negli occhi. Poteva difendere Israele senza chiedere scusa e difendere un perseguitato lontanissimo dalla propria storia.

Oggi il suo nome compare sui monumenti, nelle università, nei programmi scolastici. È il destino riservato alle grandi coscienze quando muoiono: diventare rassicuranti. Wiesel, invece, rassicurante lo fu assai poco. La domanda che ci ha lasciato continua a essere scomoda: quando vediamo il male e avremmo la possibilità di parlare, che cosa scegliamo di fare? Ed è nella risposta che si gioca tutto quello che siamo, o che non siamo.