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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Gershom Scholem, essere ebrei senza chiedere permesso

Dalla ribellione contro l’assimilazione tedesca allo scontro con Hannah Arendt, lo studioso della Kabbalah cercò per tutta la vita un’identità ebraica capace di appartenere senza idealizzare

Daniele Scalise

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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Gershom Scholem, essere ebrei senza chiedere permesso

Gershom Scholem non diventò ebreo perché qualcuno gli avesse insegnato a esserlo. Dovette conquistarsi quell’identità quasi contro il mondo nel quale era nato. E forse proprio per questo non smise mai di diffidare delle identità troppo facili, di quelle ricevute senza domande oppure esibite con troppo entusiasmo.

Nato Gerhard Scholem a Berlino nel 1897, cresce in una famiglia della borghesia ebraica tedesca largamente assimilata. Il padre Arthur è un patriota tedesco, lontano dalla religione, perfettamente inserito nella società del Reich. È il mondo nel quale molti ebrei tedeschi pensano di aver finalmente trovato casa. Il giovane Gerhard lo considera invece fondato su un equivoco. A quattordici anni si avvicina al sionismo, studia da solo l’ebraico, entra nel Talmud senza provenire da una formazione religiosa tradizionale. Nel 1923 lascia definitivamente la Germania e si trasferisce nella Palestina mandataria. Gerhard diventa Gershom.

Questa traiettoria potrebbe sembrare la storia esemplare di un ritorno alle origini. Con Scholem le cose non sono mai così semplici. Rimarrà sostanzialmente laico, guarderà con sospetto le semplificazioni nazionalistiche del sionismo e sarà tra gli intellettuali vicini a Brit Shalom, il piccolo movimento che negli anni Venti sosteneva una convivenza politica ebraico-araba. Dopo il 1967 criticherà duramente il movimento degli insediamenti, nel quale vedeva il pericolo di una miscela tra nazionalismo e messianismo.Eppure, Scholem fu sionista fino alla morte.

Qui comincia la parte più interessante della sua storia. Perché il suo sionismo non era consolatorio. Non prometteva innocenza, purezza o redenzione. Israele era per lui la possibilità degli ebrei di tornare nella storia assumendosene tutti i rischi. La sovranità comportava responsabilità, errori, conflitti. Nessuna santificazione dello Stato. Nessuna rinuncia allo Stato. E la stessa durezza attraversò il suo lavoro intellettuale.

Quando Scholem cominciò a studiare seriamente la Kabbalah, gran parte dell’accademia ebraica tedesca la considerava quasi un imbarazzante deposito di superstizioni. La WissenschaftdesJudentums, la grande tradizione ottocentesca degli studi scientifici sull’ebraismo, aveva privilegiato il pensiero razionale, il Talmud, la filosofia medievale. Era anche un modo per presentare agli europei un ebraismo rispettabile, compatibile con la modernità.Scholem andò a rovistare proprio dove i rispettabili non volevano guardare.

Misticismo, messianismo, eresia, apocalisse, Sabbatai Zevi, linguaggio segreto, redenzione. Passò la vita tra manoscritti che pochi sapevano leggere e trasformò lo studio della mistica ebraica in una disciplina accademica. Con Major Trends in JewishMysticism, pubblicato nel 1941, mostrò che la Kabbalah non era una deviazione marginale dalla storia ebraica ma una delle sue correnti profonde.

Anche qui niente sentimentalismi. Scholem non studiava i mistici perché volesse diventare mistico. Li studiava perché appartenevano alla storia degli ebrei. Anche le zone oscure di quella storia erano sue.È difficile trovare un’immagine migliore della sua idea di identità.

Essere ebrei significava assumersi l’intera eredità, senza selezionare soltanto ciò che poteva risultare elegante davanti agli altri. Scholem detestava l’idea che l’ebraismo dovesse presentarsi al mondo chiedendo continuamente di essere accettato. Nella Germania dalla quale proveniva aveva visto il risultato di quel tentativo. Nel 1964 arrivò a negare provocatoriamente che fosse mai esistito un autentico “dialogo ebraico-tedesco”: perché per dialogare bisogna essere in due e riconoscere l’altro per ciò che è. Secondo Scholem, la società tedesca aveva accettato gli ebrei soprattutto a condizione che diventassero sempre meno ebrei.Questa concezione dell’appartenenza spiega anche il suo celebre scontro con Hannah Arendt.

Erano amici. Avevano condiviso ambienti intellettuali, conoscenze, discussioni e soprattutto l’amicizia con Walter Benjamin, che Scholem aveva amato profondamente e della cui opera sarebbe diventato uno dei principali custodi. Nel 1963 Arendt pubblicò Eichmann in Jerusalem. Scholem reagì con una lettera durissima.

Non gli rimproverava soltanto le tesi sui Consigli ebraici durante la Shoah. Lo colpiva il tono. Vi sentiva ironia, distanza, una sicurezza nel giudicare uomini costretti a decidere dentro condizioni che chi era sopravvissuto non poteva più ricostruire. Alcuni dirigenti ebraici, scrisse, erano stati spregevoli, altri santi, molti semplicemente persone poste davanti a decisioni terribili. Lui stesso rifiutava di giudicarli: «Io non ero là».Poi formulò l’accusa destinata a diventare famosa. Ad Arendt mancava ahavat Israel, l’amore per il popolo ebraico. E la risposta di Arendt fu altrettanto netta. Non aveva mai amato un popolo o una collettività; amava soltanto le persone.In quelle poche righe si affrontavano due modi radicalmente differenti di essere ebrei.

Scholem non chiedeva obbedienza. Aveva passato la vita criticando il sionismo, Israele, i rabbini, gli studiosi ebrei e spesso gli stessi ambienti nei quali viveva. La sua ahavat Israel non pretendeva indulgenza. Chiedeva appartenenza. Si può essere ferocemente critici verso la propria comunità continuando a parlare dall’interno di essa, accettando che il destino di quella comunità ci riguardi personalmente.Era questa distanza che avvertiva in Arendt e che non riusciva a perdonarle.La loro amicizia non sopravvisse davvero allo scontro. Ed è significativo che la rottura sia avvenuta proprio intorno alla questione che aveva accompagnato Scholem dall’adolescenza: quanto deve un ebreo agli altri ebrei?

La sua risposta non fu mai semplice. Nessuna fedeltà automatica, nessuna disciplina collettiva. Scholem era troppo anarchico intellettualmente per accettarle. Però esisteva un legame che non considerava disponibile, qualcosa che precedeva persino le opinioni politiche.

Aveva lasciato la Germania perché non voleva essere un tedesco di religione mosaica. Aveva studiato la Kabbalah perché rifiutava un ebraismo ripulito delle proprie parti meno presentabili. Aveva scelto Gerusalemme senza trasformarla in una città santa della politica. Aveva difeso Israele senza smettere di criticarlo.Forse è questo che rende Gershom Scholem così contemporaneo.

In un’epoca nella quale agli ebrei viene continuamente chiesto di dimostrare quale genere di ebrei siano, di prendere le distanze, condannare, precisare, dissociarsi, Scholem suggerisce una possibilità assai meno accomodante. L’appartenenza non è un certificato di buona condotta e neppure un sentimento.È la decisione di non uscire dalla stanza quando comincia la discussione.