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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Pierre-André Taguieff, l’uomo che vide arrivare il nuovo antisemitismo

Quando molti continuavano a cercare l’odio antiebraico nei vecchi arsenali dell’estrema destra, il filosofo francese comprese che stava cambiando pelle. Il bersaglio si chiamava ormai Israele, la parola d’ordine antisionismo

Daniele Scalise

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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Pierre-André Taguieff, l’uomo che vide arrivare il nuovo antisemitismo
Iimmagine generata con AI

Ci sono intellettuali che spiegano bene il proprio tempo e altri, molto più rari, che riescono a vedere qualcosa prima che diventi evidente. Pierre-André Taguieff appartiene alla seconda categoria. Quando nel gennaio del 2002 pubblicò La Nouvelle Judéophobie, molte delle cose che oggi ci sembrano familiari erano ancora difficili persino da nominare. L’antisemitismo, nell’immaginario europeo, continuava ad avere un volto preciso: l’estrema destra, il nazionalismo, il razzismo biologico, il negazionismo, le nostalgie fasciste e naziste. Taguieff vide che quel vecchio antisemitismo sopravviveva, certo, però accanto ad esso stava crescendo qualcosa di diverso. Una nuova ostilità verso gli ebrei si stava organizzando intorno a un’altra parola: sionismo. Fu una delle intuizioni più importanti degli studi contemporanei sull’antisemitismo.

Nato a Parigi nel 1946, Pierre-André Taguieffè filosofo, politologo e storico delle idee, direttore di ricerca onorario al CNRS e a lungo legato al CEVIPOF di Sciences Po. Tra le sue opere più importanti vale la pena di ricordareLa Force dupréjugé (1988), Les Fins de l’antiracisme (1995), La Nouvelle Judéophobie (2002), La JudéophobiedesModernes (2008) e La Nouvelle Propagande antijuive (2010). Una parte decisiva del suo lavoro è dedicata alle metamorfosi del razzismo, dell’antisemitismo e dell’antirazzismo.

Proprio per questo è difficile liquidarlo come un propagandista. Conosce dall’interno il lessico progressista, le sue genealogie, le sue trasformazioni. E osserva un fenomeno che metteva in difficoltà una parte consistente della cultura europea: l’odio antiebraico poteva ormai presentarsi vestito con le parole dell’antirazzismo.

La svolta simbolica fu Durban, nel 2001. Alla Conferenza mondiale contro il razzismo, Israele divenne il bersaglio di una mobilitazione che andava molto oltre la critica alle politiche di un governo. Il sionismo veniva trasformato in sinonimo di razzismo, colonialismo, apartheid, male politico assoluto. Nello stesso periodo, con la seconda Intifada, in Francia aumentavano aggressioni, minacce e attacchi contro obiettivi ebraici. Taguieff mise insieme ciò che molti preferivano tenere separato. Il suo punto era sottile e proprio per questo continua a essere spesso deformato.

Criticare Israele non significa essere antisemiti. Contestare un governo israeliano, una guerra, un insediamento, una legge, Netanyahu o qualunque altro primo ministro appartiene alla normale discussione politica. Taguieff definisce invece «antisionismo radicale» o «assoluto» qualcosa di molto più preciso: la demonizzazione di Israele e del sionismo che arriva a considerare illegittima l’esistenza stessa dello Stato ebraico e auspicabile la sua scomparsa. È qui che avviene la metamorfosi.

L’ebreo della vecchia propaganda dominava segretamente il mondo. Il «sionista» della nuova propaganda domina Washington, controlla i media, manipola l’Occidente. L’ebreo era accusato di essere cosmopolita e senza patria; Israele viene accusato di rappresentare una potenza onnipresente. Agli ebrei veniva attribuita una solidarietà occulta capace di oltrepassare le frontiere; oggi si parla continuamente di una potentissima «lobby sionista». Cambiano alcune parole. Le strutture profonde dell’accusa mostrano una sorprendente capacità di sopravvivere. E soprattutto cambia il luogo politico dal quale l’accusa può provenire.

Taguieff ha insistito molto sulla convergenza sviluppatasi tra antisionismo radicale dell’estrema sinistra, terzomondismo e islamismo. Mondi lontanissimi fra loro possono incontrarsi sul terreno della demonizzazione di Israele. Il vecchio antisemita considerava l’ebreo una razza inferiore o un corpo estraneo alla nazione. Il nuovo giudeofobo può presentarsi come antirazzista, antifascista, difensore degli oppressi. È convinto, spesso sinceramente, di combattere il razzismo mentre riproduce alcuni dei più antichi meccanismi dell’ostilità verso gli ebrei. Qui sta la forza del lavoro di Taguieff. Aver capito che l’antisemitismo non è un reperto archeologico. Sa adattarsi.

Dopo la Shoah, dichiararsi apertamente antisemiti è diventato socialmente infamante in gran parte dell’Occidente. L’odio ha dovuto cercare nuovi codici, nuove giustificazioni, nuove rispettabilità. Israele ha offerto un bersaglio capace di rendere nuovamente pronunciabili idee che riferite direttamente agli ebrei sarebbero apparse immediatamente per quello che erano.

Dopo il 7 ottobre 2023 questa intuizione è diventata ancora più difficile da ignorare. Abbiamo visto manifestazioni nelle quali la solidarietà con i palestinesi si è accompagnata alla glorificazione di Hamas; università occidentali trasformate in luoghi nei quali studenti ebrei sono stati chiamati a rispondere delle azioni dello Stato d’Israele; il termine «sionista» usato sempre più spesso come un insulto indistinto. Una parola che dovrebbe indicare una posizione politica — il riconoscimento del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nazionale — viene caricata di significati demoniaci. Taguieff aveva descritto il meccanismo più di vent’anni prima.

Naturalmente le sue tesi sono state discusse, criticate, accusate di allargare eccessivamente la categoria dell’antisemitismo, discussione legittima e fors’anche necessaria. Proprio Taguieff offre però lo strumento per evitare la scorciatoia più facile: distinguere la critica politica dall’antisionismo assoluto. La domanda decisiva è semplice: si vuole cambiare la politica di Israele oppure si vuole che Israele cessi di esistere?

Nel primo caso siamo dentro un conflitto politico. Nel secondo siamo davanti alla richiesta che proprio agli ebrei venga revocato un diritto riconosciuto a innumerevoli altri popoli. E quando questa richiesta si accompagna alla rappresentazione di Israele come origine di guerre, razzismo, imperialismo e disordine mondiale, il confine con il vecchio immaginario antisemita diventa sempre più sottile. È questa la lezione di Pierre-André Taguieff.

Gli antisemiti del XXI secolo raramente hanno bisogno di dichiararsi tali. Possono persino dichiararsi antirazzisti. Possono dire di non avere nulla contro gli ebrei. Possono spiegare che il loro unico problema sono «i sionisti». Per capire che cosa significhi davvero quella parola bisogna guardare ciò che viene detto subito dopo. E soprattutto ciò che si vorrebbe vedere scomparire.