Adam Michnik ha trascorso buona parte della vita a combattere uomini convinti di avere ragione. È forse questa la chiave più semplice per capire un intellettuale che semplice non è affatto. Comunisti, nazionalisti, antisemiti, clericali, populisti: cambiano le bandiere, le parole d’ordine, persino le vittime designate. Resta identica la tentazione di dividere il mondo tra puri e impuri, amici e nemici, traditori e patrioti.
Michnik, nato a Varsavia nel 1946 in una famiglia ebraica, questa tentazione l’ha conosciuta molto presto. Nella Polonia comunista fu espulso dall’università, arrestato più volte, incarcerato. Nel 1968 partecipò alla rivolta studentesca mentre il regime scatenava una campagna antisemita travestita da “antisionismo”, costringendo migliaia di ebrei polacchi a lasciare il paese. Era una lezione destinata a rimanergli addosso: il fanatismo sa cambiare vocabolario con straordinaria rapidità.
Nel 1976 Michnik fu tra i fondatori del KOR, il Comitato di difesa degli operai, una delle esperienze decisive dell’opposizione democratica polacca. Intellettuali e lavoratori, fino ad allora tenuti accuratamente separati dal regime, cominciavano a riconoscersi come alleati. Poi venne Solidarnosc. Michnik ne divenne una delle voci più autorevoli, pagando l’opposizione alla dittatura con anni di prigione. Dopo il colpo di mano del generale Wojciech Jaruzelski e l’introduzione della legge marziale nel 1981 tornò dietro le sbarre.
È lì che emerge uno dei tratti più singolari del suo pensiero. Michnik combatte il regime e contemporaneamente pensa al giorno in cui il regime finirà. Si domanda che cosa faranno i vincitori. Vorranno vendicarsi? Trasformeranno gli oppressori in nuovi oppressi? Useranno la libertà conquistata per regolare i conti?
Le Lettere dal carcere sono anche questo: una riflessione sull’etica della resistenza prima ancora che sulla conquista del potere. La democrazia, per Michnik, comincia dal modo in cui si combatte per ottenerla. Chi adopera i metodi del proprio nemico rischia di assomigliargli quando arriva il momento della vittoria.
Per questo nel 1989 Michnik partecipa alla Tavola rotonda fra governo e opposizione, il negoziato che accompagna la Polonia fuori dal comunismo. Nessuna ghigliottina, nessuna resa dei conti generale. Una transizione negoziata che molti giudicarono troppo indulgente verso gli uomini del vecchio regime. Michnik difese invece quella scelta perché aveva capito qualcosa che le rivoluzioni dimenticano facilmente: la libertà ha bisogno anche della capacità di convivere con chi è stato sconfitto.
Nello stesso anno fondò Gazeta Wyborcza, destinata a diventare il grande quotidiano della Polonia democratica. Il dissidente clandestino diventava direttore di un giornale libero. Sembrerebbe il lieto fine. Per Michnik fu l’inizio di un’altra battaglia.Perché il comunismo era morto, il bisogno di nemici no.
Nella nuova Polonia vide crescere il nazionalismo, l’intolleranza, l’antisemitismo, l’idea di una nazione definita dall’appartenenza etnica e religiosa. E Michnik tornò a fare ciò che aveva sempre fatto: mettersi di traverso. Ebreo e polacco, laico capace di dialogare con i cattolici, uomo di sinistra ferocemente anticomunista, antitotalitario refrattario alle epurazioni, sfugge a quasi tutte le caselle nelle quali sarebbe comodo rinchiuderlo.
Già in La Chiesa e la sinistra in Polonia, scritto negli anni Settanta, aveva intuito che la libertà richiede alleanze impreviste. La sinistra laica e il cattolicesimo democratico, invece di considerarsi nemici per natura, potevano riconoscere un terreno comune nella difesa della dignità umana. Era un’idea scandalosa per molti a sinistra e sospetta per molti cattolici. Proprio per questo era un’idea autenticamente michnikiana.
Lo stesso filo attraversa Lettere dalla libertà, gli scritti della Polonia successiva al 1989, e le sue riflessioni sull’identità ebraica, sulla memoria della Shoah, sui rapporti tormentati fra polacchi ed ebrei. Michnik non concede assoluzioni collettive e diffida delle condanne collettive. Sa che l’antisemitismo ha attraversato tragicamente la storia polacca e sa anche che ridurre la Polonia all’antisemitismo significa falsificarne la storia.
Per lui l’antisemitismo è qualcosa di più di un odio rivolto contro gli ebrei. È una malattia della democrazia. Dove si comincia a spiegare il mondo attraverso un gruppo occulto responsabile di ogni disgrazia, la libertà è già in pericolo. Dove una società cerca un capro espiatorio, prima o poi qualcuno costruirà una politica intorno a quel capro espiatorio.È qui che Michnik diventa terribilmente contemporaneo.
Aveva combattuto una dittatura che parlava in nome della classe operaia e ha visto nascere democrazie nelle quali qualcuno pretende di parlare in nome della nazione, della religione, del popolo vero. Ha conosciuto il comunismo e ha riconosciuto presto il veleno del nazionalismo autoritario. Ha imparato che la libertà raramente muore annunciando la propria morte. Più spesso viene erosa in nome di qualcosa che viene proclamato superiore: la sicurezza, la patria, la fede, la volontà popolare.
Michnik appartiene dunque a quella specie sempre più rara di intellettuali che non consegnano la propria coscienza a una tribù. Non offre la rassicurazione dell’appartenenza. Chiede invece di esercitare il dubbio proprio quando i nostri hanno vinto, di difendere i diritti di chi ci è antipatico, di riconoscere nell’avversario una persona prima che un nemico.È una posizione scomoda. Lo era sotto il comunismo e lo è ancora di più nel tempo delle appartenenze furiose.La lezione di Adam Michnik sta tutta qui: la libertà comincia quando smettiamo di chiedere chi sta dalla nostra parte e torniamo a domandarci che cosa sia giusto.
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