Michael Walzer appartiene a una specie diventata sorprendentemente rara. È un uomo di sinistra che, dopo avere trascorso una vita a criticare il potere, il militarismo, le ingiustizie e anche molte politiche israeliane, non ha scoperto a un certo punto che l’unico nazionalismo imperdonabile fosse quello degli ebrei. Sembra poco. Oggi è moltissimo.
Nato a New York nel 1935, filosofo politico, professore a Princeton e Harvard e poi per quasi trent’anni all’Institute for Advanced Study di Princeton, Walzer è uno dei grandi nomi della filosofia politica americana contemporanea. Ha scritto libri diventati classici, da Just and Unjust Wars del 1977 a Spheres of Justice, fino ad A Foreign Policy for the Left. Per più di trent’anni è stato inoltre una delle anime di Dissent, la rivista socialista democratica fondata da Irving Howe.
Questa biografia conta. Perché Walzer non è arrivato a sinistra per moda accademica. Nel 1960, venticinquenne, andò in North Carolina per raccontare per Dissent i sit-in degli studenti neri contro la segregazione. Tornato a Boston contribuì a organizzare manifestazioni di solidarietà davanti ai grandi magazzini Woolworth. Era la sinistra dei diritti civili, dell’eguaglianza, del socialismo democratico, ostile tanto alle ingiustizie occidentali quanto all’autoritarismo comunista. Ed è precisamente da lì che bisogna partire per capire il suo rapporto con Israele.
Walzer è un sionista di sinistra. Le due parole, per lui, non hanno mai avuto bisogno di chiedersi reciprocamente scusa. Ha sostenuto la soluzione dei due Stati, combattuto intellettualmente l’occupazione permanente, criticato duramente il movimento dei coloni e il messianismo religioso, difeso i diritti nazionali dei palestinesi. Eppure ha continuato a riconoscere agli ebrei esattamente ciò che riconosce agli altri popoli, il diritto all’autodeterminazione. Qui comincia la sua solitudine.
Una parte crescente della sinistra occidentale ha infatti compiuto un percorso diverso. La critica alle politiche israeliane si è progressivamente trasformata nella contestazione della legittimità dello Stato; il sionismo è diventato una parola infamante; Israele è stato sottratto alla normale categoria delle nazioni, quelle che possono avere governi pessimi, commettere ingiustizie e combattere guerre sbagliate continuando ad avere diritto all’esistenza. Walzer ha rifiutato questa scorciatoia.
La sua riflessione sulla guerra aiuta a capire perché. Just and Unjust Wars parte da un principio tanto semplice quanto esigente: anche la guerra è sottoposta al giudizio morale. Esistono guerre giuste e ingiuste, mezzi leciti e illeciti, responsabilità verso i civili. La legittima difesa non consegna a uno Stato una cambiale in bianco. E la colpa di un governo non cancella il diritto di una comunità politica a esistere. È un pensiero scomodo proprio perché impedisce di scegliersi una tribù e consegnarle preventivamente l’innocenza. Con Israele Walzer ha applicato gli stessi criteri.
Ha potuto difendere il diritto israeliano alla sicurezza e contemporaneamente denunciare politiche israeliane che riteneva ingiuste. Ha sostenuto la necessità di uno Stato palestinese senza convincersi che, per farlo nascere, fosse necessario delegittimare quello ebraico. Ha combattuto il fondamentalismo ebraico senza trasformare gli ebrei israeliani in intrusi. Già nei suoi studi sulla liberazione nazionale aveva messo Israele accanto a India e Algeria, interrogandosi sulle contraddizioni che emergono quando un movimento di emancipazione conquista finalmente uno Stato e deve misurarsi con il potere reale. È una posizione terribilmente adulta. Ed è forse proprio questo il problema.
La politica contemporanea ama l’assoluzione e la scomunica. Vittime da una parte, carnefici dall’altra. Colonizzati e colonizzatori. Oppressi e oppressori. Una volta distribuite le parti, si può smettere di pensare. Walzer continua invece a pretendere dalla sinistra qualcosa di più faticoso: giudicare. Il suo sionismo contiene anche una lezione che una parte della cultura progressista sembra avere dimenticato. Gli ebrei non sono un’astrazione religiosa disseminata felicemente nel mondo. Sono anche un popolo, con una storia politica, una lingua recuperata, una memoria territoriale e un’esperienza catastrofica dell’impotenza. Prendere sul serio l’autodeterminazione significa prenderla sul serio anche quando il popolo che la rivendica non ci piace.
È per questo che Walzer merita di stare tra gli intellettuali senza collare. Perché è rimasto dentro la propria casa politica accettando il rischio di essere scomodo agli inquilini. Non ha seguito Israele quando riteneva che Israele sbagliasse. E non ha seguito la sinistra quando è stata la sinistra a smarrirsi. In tempi nei quali cambiare campo è spesso più facile che combattere contro gli errori del proprio, questa fedeltà critica vale parecchio. Forse è persino una delle forme più serie di libertà intellettuale.
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