Ci sono uomini che hanno scritto sulla libertà e uomini che hanno dovuto decidere quanto fossero disposti a pagare per averla.
Natan Sharansky appartiene alla seconda categoria. E forse proprio per questo le sue parole sulla libertà hanno un peso diverso. Non vengono da una biblioteca. Vengono da una cella.
Nato nel 1948 a Donec’k, nell’allora Unione Sovietica, Anatolij Ščaranskij – questo il suo nome russo – cresce dentro un sistema nel quale la menzogna è parte integrante della vita quotidiana. Tutti sanno che molte delle cose proclamate dal regime sono false, eppure tutti devono comportarsi come se fossero vere. È uno dei meccanismi fondamentali del totalitarismo: ottenere dall’individuo qualcosa di più profondo dell’obbedienza. Ottenere la sua collaborazione alla finzione. Sharansky rompe quel patto.
Negli anni Settanta diventa uno dei più noti refusenik, gli ebrei sovietici ai quali viene negato il permesso di emigrare in Israele. Si avvicina ad Andrej Sacharov, difende i diritti umani, parla con i giornalisti occidentali. Il regime lo considera un traditore. Nel 1977 viene arrestato con l’accusa di tradimento e spionaggio per gli Stati Uniti. L’anno successivo arriva la condanna: tredici anni di lavori forzati. Ne sconterà nove.
Interrogatori, isolamento, scioperi della fame, il gulag siberiano di Perm. È qui che Sharansky scopre qualcosa che diventerà il centro della sua vita intellettuale: il potere può controllare quasi tutto ciò che riguarda un uomo – il luogo in cui vive, ciò che mangia, le persone che incontra, perfino la luce che vede – e tuttavia rimane uno spazio sul quale il potere può fallire. La coscienza.
Sharansky raccontò di aver giocato interminabili partite a scacchi contro se stesso, nella propria mente. Muoveva per il bianco, poi si girava mentalmente e giocava per il nero. Un esercizio per sopravvivere, certo. Anche una piccola dichiarazione d’indipendenza. Il carceriere possedeva la cella. La sua testa, ancora no.
Nel febbraio 1986, dopo una lunga campagna internazionale e fortissime pressioni occidentali, Sharansky viene liberato durante uno scambio di prigionieri sul ponte di Glienicke, fra Berlino Est e Berlino Ovest. Gli ordinano di attraversarlo in linea retta. Lui procede a zigzag. Un ultimo, minuscolo sberleffo all’autorità sovietica.
Arrivato in Israele prende il nome Natan. E qui comincia una seconda vita che merita di essere raccontata, perché Sharansky non si limita a diventare il simbolo vivente della lotta degli ebrei sovietici. Entra nella società israeliana e, qualche anno dopo, nella sua politica.
L’immigrazione dall’ex Unione Sovietica cambia profondamente Israele. Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta arriva nel Paese circa un milione di persone, con enormi problemi di integrazione, lavoro, casa, lingua e riconoscimento professionale. Sharansky diventa una delle loro voci più autorevoli. Nel 1995 fonda con Yuli Edelstein Yisrael BaAliyah, il partito che rappresenta soprattutto i nuovi immigrati russofoni. Alle elezioni del 1996 conquista sette seggi alla Knesset: un risultato sorprendente per una formazione appena nata.
Comincia così la sua carriera di governo. Sarà ministro dell’Industria e del Commercio, ministro dell’Interno, ministro dell’Edilizia e delle Costruzioni e, in seguito, ministro per Gerusalemme. Attraverserà governi guidati da Benjamin Netanyahu e Ariel Sharon. Nel 2003 Yisrael BaAliyah confluisce nel Likud. La politica quotidiana, naturalmente, è molto meno limpida di una cella sovietica. Significa coalizioni, compromessi, sconfitte, mediazioni. Anche Sharansky ne sperimenta le contraddizioni. Eppure esiste una linea che attraversa la sua esperienza israeliana e la collega direttamente agli anni della dissidenza: la convinzione che la sicurezza di Israele sia inseparabile dalla natura politica delle società che lo circondano.
È anche per questo che Sharansky guarda con profondo scetticismo agli accordi fondati soltanto sulla disponibilità dei leader arabi a firmare un trattato. La pace, nella sua visione, ha bisogno di società nelle quali gli uomini possano parlare, criticare il governo, organizzarsi e cambiare i propri governanti. La dittatura produce paura all’interno e può trasformare l’odio verso un nemico esterno in uno strumento di sopravvivenza politica.
Nel 2005 arriva una scelta che mostra quanto fosse disposto a pagare anche nella politica israeliana per le proprie convinzioni. Sharansky si dimette dal governo Sharon in opposizione al piano di disimpegno unilaterale da Gaza. Teme che il ritiro, in assenza di una trasformazione democratica della società palestinese, venga interpretato come una vittoria del terrorismo e finisca per rafforzare le forze più radicali. Si può condividere o contestare quella posizione. Colpisce la coerenza con l’idea che Sharansky porta con sé fin dai tempi di Mosca: la libertà politica non è un dettaglio da affrontare dopo avere risolto i problemi della sicurezza. Fa parte della sicurezza stessa.
Conclusa la fase più direttamente politica, Sharansky continua a occupare un posto importante nella vita pubblica israeliana. Dal 2009 al 2018 presiede l’Agenzia ebraica per Israele, occupandosi soprattutto dei rapporti fra Israele e la diaspora, dell’aliyah e dell’identità ebraica. Nel 2018 riceve l’Israel Prize per il contributo dato allo Stato di Israele e al popolo ebraico.
Ma la sua influenza supera da tempo la politica israeliana. Nel libro The Case for Democracy, pubblicato nel 2004, Sharansky sviluppa la convinzione maturata nelle prigioni sovietiche: le democrazie commettono un errore quando pensano che la libertà possa essere sacrificata alla stabilità. È una lezione che l’Occidente dimentica con impressionante regolarità.
Dittatori e regimi autoritari vengono considerati interlocutori affidabili perché sembrano capaci di garantire ordine. Si chiudono gli occhi sulla repressione interna in cambio di petrolio, accordi, tregue, equilibri geopolitici. Sharansky ha sempre contestato questa logica. Un governo che deve mentire ai propri cittadini e impedirgli di parlare liberamente difficilmente diventerà, per magia, affidabile nei rapporti con il resto del mondo.
La sua celebre “prova della piazza” è quasi infantile nella sua semplicità: se una persona può andare nel centro della propria città ed esprimere pubblicamente le proprie idee senza temere di essere arrestata, quella persona vive in una società libera. Se non può farlo, vive in una società della paura.
Naturalmente il mondo è più complicato di una prova così semplice. Sharansky lo sa, eppure proprio quella semplicità costringe a guardare ciò che spesso preferiamo nascondere sotto montagne di analisi geopolitiche: dietro ogni regime ci sono esseri umani che hanno paura.
C’è poi un’altra ragione per cui Sharansky appartiene a questa serie di Intellettuali senza collare. Non ha mai separato la battaglia per la libertà dalla propria identità ebraica. Nell’Unione Sovietica aveva scoperto che recuperare quell’identità significava smettere di accettare la definizione che il potere aveva preparato per lui. Essere ebreo, voler andare a Gerusalemme, imparare l’ebraico diventavano atti politici proprio perché il regime pretendeva di decidere chi egli dovesse essere.
In Israele quella scoperta acquista un significato ulteriore. Per Sharansky il sionismo diventa la traduzione collettiva dello stesso principio: un popolo che si assume la responsabilità della propria identità e del proprio destino. Libertà individuale, identità ebraica e sionismo finiscono così per appartenere alla stessa storia. Qui sta forse la parte più attuale della sua lezione.
La libertà comincia quando un individuo smette di chiedere il permesso di essere ciò che è. E comporta un prezzo. Sharansky quel prezzo lo conosce bene: nove anni di carcere, isolamento, fame, lontananza dalla moglie Avital, una vita sospesa. Poi ha scoperto che anche una democrazia chiede compromessi, battaglie e qualche sconfitta. Ha continuato però a difendere la stessa idea. La libertà non è una concessione del potere. Non è un lusso dei tempi tranquilli. E soprattutto non è una moneta da scambiare con la promessa della stabilità. Per questo, quando Natan Sharansky parla di libertà, conviene ascoltarlo. Per noi è spesso una parola. Per lui è stata una cella. E una porta che, alla fine, si è aperta.