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Influencer australiana sotto accusa per i video creati con IA

Un’inchiesta mette in dubbio l’autenticità dei contenuti con cui Lily Jay Hinson ha raccolto consensi e donazioni mostrando presunti aiuti umanitari

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Influencer australiana sotto accusa per i video creati con IA

Per milioni di utenti era diventata il volto di una beneficenza capace di raggiungere i luoghi più difficili del pianeta, da Gaza all’Uganda. Oggi, invece, l’influencer australiana Lily Jay Hinson si trova al centro di un caso che rischia di trasformarsi in uno dei più clamorosi scandali legati all’uso dell’intelligenza artificiale nel settore umanitario. Un’inchiesta realizzata da ABC News Verify sostiene infatti che parte dei video e delle immagini utilizzati per documentare le attività della sua fondazione sarebbe stata generata o manipolata con strumenti di AI, mentre diversi progetti presentati come reali non avrebbero trovato alcun riscontro indipendente.

Trentun anni, quasi tre milioni di follower complessivi sui social, Hinson aveva costruito la propria popolarità raccontando la conversione all’islam e presentandosi come promotrice di iniziative di solidarietà rivolte alle popolazioni più vulnerabili. Attraverso la Lily Jay Foundation aveva dichiarato di aver aperto un orfanotrofio in Uganda, una panetteria nella Striscia di Gaza e di aver finanziato interventi umanitari in diversi Paesi africani e mediorientali.

L’indagine dell’emittente pubblica australiana, tuttavia, ha individuato numerosi elementi che farebbero pensare a contenuti alterati digitalmente. In alcuni filmati compaiono anomalie tipiche delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, come loghi che cambiano posizione, scritte deformate, dettagli anatomici incoerenti e sovrapposizioni impossibili tra persone e oggetti. Gli investigatori hanno inoltre verificato che l’orfanotrofio mostrato nei video non risultava registrato presso le autorità ugandesi, come invece richiede la normativa locale. Solo dopo le richieste di chiarimento avanzate dai giornalisti sarebbe comparsa una richiesta di registrazione di una società con un nome simile, comunque indicata come non conforme.

Dubbi analoghi riguardano Gaza. La fondazione aveva annunciato l’apertura di una panetteria destinata a distribuire pane alla popolazione civile, ma i giornalisti di ABC News Verify non sono riusciti a geolocalizzare la struttura né a trovare conferme presso operatori umanitari presenti nella Striscia, che hanno dichiarato di non conoscere né la fondazione né il progetto.

Tra gli aspetti più sorprendenti dell’inchiesta compare anche un presunto riconoscimento internazionale attribuito a Hinson. Le immagini che la ritrarrebbero mentre riceve il premio presenterebbero il marchio SynthID, il sistema sviluppato da Google per identificare immagini generate dall’intelligenza artificiale, mentre non è stato possibile trovare traccia indipendente dell’esistenza del premio stesso. Anche il sito della società che aveva diffuso il comunicato è stato successivamente rimosso.

Il caso riaccende una questione destinata a diventare sempre più centrale. Le tecnologie generative consentono ormai di produrre fotografie e video estremamente convincenti, rendendo più difficile distinguere ciò che documenta un evento reale da ciò che è stato costruito artificialmente. Quando questo accade nel campo degli aiuti umanitari, il rischio va oltre la semplice disinformazione. Organizzazioni impegnate nelle emergenze hanno ricordato che campagne prive di verifiche possono sottrarre risorse economiche a enti realmente presenti sul terreno e compromettere la fiducia dei donatori verso l’intero settore.

Dopo alcuni giorni di silenzio, la Lily Jay Foundation ha diffuso una nota nella quale ammette un utilizzo limitato dell’intelligenza artificiale esclusivamente per brevi sequenze introduttive a fini promozionali, assicurando che il materiale relativo alle attività sul campo sarebbe autentico. La fondazione ha inoltre spiegato di operare come società privata e non come ente benefico registrato, scelta che avrebbe consentito di intervenire con maggiore rapidità nelle aree di crisi, annunciando un impegno a pubblicare maggiore documentazione e aggiornamenti per i sostenitori. La risposta, tuttavia, non affronta nel dettaglio le contestazioni formulate dall’inchiesta australiana, che continuano ad alimentare interrogativi sulla reale consistenza delle iniziative presentate online.