Il Board of Peace ha ottenuto, il 31 luglio, un accordo che Trump ha giudicato “storico”. In realtà, si potrà definirlo con questo termine soltanto quando i suoi contenuti saranno pienamente realizzati. Per ora, infatti, si tratta soltanto di premesse che dovrebbero portare alla concretizzazione dei presupposti di un accordo tutto ancora da sviluppare sul terreno di Gaza. I punti fondamentali di tale accordo sono vaghi soprattutto perché gli impegni delle due parti non sono definiti compiutamente in una cadenza cronologica precisa. In sostanza, Israele dovrebbe ritirarsi completamente dalla Striscia di Gaza e, nello stesso tempo, Hamas dovrebbe effettuare un disarmo completo.
Nella Striscia dovrebbe quindi insediarsi un nuovo governo palestinese che si impegnerebbe a stipulare un trattato definitivo di pace con Israele sotto gli auspici del Board of Peace e probabilmente di potenze internazionali che svolgerebbero il ruolo di tutori del trattato anche in un periodo di tempo, ancora da definire, dopo la firma dello stesso. Come si vede, si prospetta un esito di estrema importanza e, proprio per questo motivo, non privo di difficoltà da una parte e dall’altra. Inoltre, aspetto decisivo della questione sono i tempi di realizzazione da parte di Hamas e di Israele.
Il disarmo completo di Hamas e il ritiro di Israele dalla parte di Gaza che esso occupa attualmente con quale tempistica dovrebbero avvenire e chi avrà il compito estremamente arduo di controllare lo sviluppo dei due procedimenti? Questo interrogativo è cruciale, perché è ricco di incognite difficili da individuare in questo momento. Tra l’altro – questione di estrema importanza – da parte di Hamas si nega con forza l’accettazione del disarmo. Il motivo di questo rifiuto non è difficile da individuare: Hamas rifiuta di disarmarsi perché la conquista completa e definitiva della Striscia di Gaza rientra nella propria ideologia religiosa a cui non può rinunciare. Inoltre, il possesso di Gaza rappresenterebbe un punto di forza territoriale di grande importanza per un futuro conflitto con Israele e per la cancellazione dello stesso dalla carta geografica del Medio Oriente, che tornerebbe a essere definitivamente Terra dell’Islam.
Finora Hamas non ha manifestato un’accettazione chiara e senza equivoci del disarmo dei propri militanti. I prossimi incontri tra le due parti al Cairo presentano degli interrogativi molto critici. Per Israele i dubbi sull’esito di tali incontri sono molto forti anche su un punto molto complesso: secondo gli accordi, Gaza dovrebbe essere governata da una nuova entità politica palestinese, che dovrebbe esercitare il proprio potere insieme al Board of Peace. In questo modo, dopo decenni di scontri e violenze, Gaza potrebbe divenire una sorta di realtà politica indipendente che dovrebbe garantire la fine della guerra tra Hamas e Israele.
In definitiva, il quadro politico della regione dovrebbe presentarsi nel modo seguente: disarmo di Hamas, ritiro di Israele dalla parte di Gaza sinora occupata e, infine, un nuovo governo palestinese indipendente a Gaza che garantisca la fine delle ostilità tra le due parti, secondo il progetto di Trump. Tutto estremamente difficile da realizzarsi.