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Il musulmano che vuole Farage a Downing Street

Zia Yusuf, figlio di immigrati dello Sri Lanka, digiuna durante il Ramadan e guida la crociata di Reform UK contro l’immigrazione di massa. La sua ascesa racconta le trasformazioni profonde della politica britannica e la crisi del vecchio bipolarismo

Shira Navon

Tempo di Lettura: 5 min
Il musulmano che vuole Farage a Downing Street

Se i sondaggi dovessero trasformarsi in voti, uno degli uomini più influenti della prossima Gran Bretagna potrebbe essere un musulmano figlio di immigrati che promette di deportare centinaia di migliaia di immigrati. Il suo nome è Zia Yusuf, ha 39 anni, è nato in Scozia da una famiglia originaria dello Sri Lanka e oggi rappresenta il volto più inatteso dell’ascesa di Reform UK, il partito guidato da Nigel Farage che sta sconvolgendo gli equilibri della politica britannica e che, secondo numerose rilevazioni demoscopiche, si trova ormai in competizione diretta con il Labour per il primo posto.

La sua storia sembra costruita per mettere in crisi molte categorie tradizionali. Yusuf digiuna durante il Ramadan, si definisce un “patriota britannico musulmano” e parla raramente della propria fede, che considera una questione privata. Allo stesso tempo è diventato il principale sostenitore di una delle politiche migratorie più severe oggi presenti nel panorama europeo. Da mesi attraversa il Paese denunciando quella che considera una crisi provocata da decenni di immigrazione incontrollata e promette che un futuro governo Reform sarà in grado di “individuare, arrestare ed espellere” gli immigrati irregolari presenti nel Regno Unito.

All’inizio del 2026 Farage lo ha nominato ministro dell’Interno del governo ombra di Reform UK, affidandogli il compito di elaborare le future politiche del partito in materia di immigrazione, sicurezza e controllo delle frontiere. Si tratta di una posizione centrale nella strategia con cui Reform spera di trasformarsi da movimento di protesta a forza di governo.

Dietro la sua ascesa c’è anche una notevole storia imprenditoriale. Dopo gli studi, Yusuf ha lavorato per Goldman Sachs e successivamente ha fondato insieme a un socio Velocity Black, una piattaforma di servizi di lusso e concierge destinata a una clientela facoltosa. Nel 2023 l’azienda è stata venduta per circa 300 milioni di sterline, trasformandolo in un uomo molto ricco e consentendogli di entrare nella politica britannica da una posizione di forza.

Il nucleo del suo messaggio politico ruota attorno a una critica profonda del modello multiculturale britannico. Yusuf sostiene che il problema non riguardi soltanto i numeri dell’immigrazione, ma la difficoltà di integrare comunità sempre più vaste che conservano valori, abitudini e riferimenti culturali differenti da quelli della società ospitante. Nei suoi discorsi richiama spesso l’esperienza dei propri genitori, arrivati legalmente nel Regno Unito all’inizio degli anni Ottanta, imparando la lingua e inserendosi pienamente nella vita britannica.

Per questo propone misure drastiche. Chiede una struttura ispirata all’americana Immigration and Customs Enforcement (ICE) per rintracciare ed espellere gli immigrati clandestini, sostiene l’uscita del Regno Unito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che a suo giudizio limita eccessivamente la capacità dello Stato di effettuare rimpatri, e auspica controlli molto più severi sulle frontiere marittime.

Le sue dichiarazioni provocano reazioni durissime. Gli avversari lo accusano di alimentare paure e tensioni identitarie, mentre i sostenitori vedono in lui la prova che il dibattito sull’immigrazione non può essere liquidato come semplice espressione di xenofobia. La sua biografia rende infatti più complesso attribuirgli ostilità verso gli immigrati in quanto tali. È un elemento che Farage utilizza spesso per contrastare le accuse rivolte da anni alla sua area politica.

Neppure all’interno di Reform UK la sua presenza è stata accolta senza riserve. Alcuni settori più radicali dell’elettorato hanno manifestato disagio per il fatto che una figura musulmana occupi una posizione tanto importante. Negli ultimi anni Yusuf è stato bersaglio di insulti e attacchi sui social network da parte di persone che condividono molte delle sue idee sull’immigrazione ma diffidano della sua identità religiosa. Nel 2025 arrivò perfino a dimettersi dalla presidenza del partito dopo una serie di scontri interni, salvo tornare al proprio incarico dopo appena quarantotto ore grazie all’intervento diretto di Farage.

Sul piano internazionale si è schierato in più occasioni a favore di Israele. Ha criticato il riconoscimento di uno Stato palestinese sostenuto dal governo laburista e ha accusato il Partito Verde britannico di tollerare atteggiamenti ostili nei confronti degli ebrei. Pur concentrandosi prevalentemente sulle questioni interne, Yusuf si colloca chiaramente nell’area politica che considera Israele un alleato fondamentale dell’Occidente.

La sua vicenda personale illumina una trasformazione che attraversa molte democrazie occidentali. Sempre più spesso emergono figure provenienti da famiglie immigrate che contestano apertamente le politiche migratorie degli ultimi decenni e chiedono un rafforzamento dell’identità nazionale, delle frontiere e dei processi di integrazione. Non si presentano come oppositori dell’immigrazione in sé, bensì come sostenitori di una concezione più selettiva e rigorosa dell’ingresso e dell’assimilazione.

Per questa ragione Zia Yusuf rappresenta qualcosa che va oltre il suo stesso partito. La sua ascesa racconta un’epoca nella quale molte delle vecchie categorie politiche sembrano perdere efficacia e nella quale le divisioni tradizionali tra destra e sinistra, maggioranze e minoranze, immigrati e autoctoni spiegano sempre meno ciò che sta accadendo nelle società occidentali. In quel cambiamento, il figlio di due immigrati dello Sri Lanka potrebbe diventare uno degli uomini più influenti della Gran Bretagna dei prossimi anni.


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