Durante una cena con amici, docenti universitari, colti e intelligenti, che stimo e a cui voglio bene, qualcuno ha menzionato l’intervista di Erri De Luca a Israel Hayom.Un velo di sconforto, di smarrimento, di stupefatta incredulità è calato sulla nostra tavolata.
Erri De Luca che si dichiara «sionista»? Erri De Luca che afferma il diritto di Israele di esistere e lo chiama «sionismo»? Erri De Luca che nega il genocidio di Israele a Gaza e avverte che non farà «da ornamento intellettuale a gruppi che usano queste parole»? Ohibò! Il mondo capovolto! Tutte le confortevoli certezze pro-Pal vanno in frantumi. Che cosa sarà mai accaduto a Erri De Luca? Ci dev’essere una spiegazione, qualcosa che giustifichi questa deriva.
Ed ecco allora tutti, attorno al tavolo, fare a gara per trovare la risposta rassicurante, la spiegazione innocente che valga ad assolvere l’onesto intellettuale, da sempre guru della sinistra estrema eppure capace di pensare, dall’accusa di aver improvvisamente venduto l’anima ai mostri dal naso adunco e dai lunghi artigli, ai sacrificatori di bambini innocenti, agli stupratori di fanciulle arabe (le ariane bionde non suscitano più le stesse emozioni degli anni Trenta), ai membri della potente lobby internazionale colonialista che manovra le fila della politica e della finanza, responsabile di tutti i mali del mondo. Insomma, di essersi venduto al perfido giudeo, versione 2.0 degli anni Trenta.
Eppure, pensavo, De Luca aveva soltanto detto che «sionista» significa sostenitore del diritto di Israele a esistere, nemico dello slogan genocidario «dal fiume al mare», favorevole al diritto degli ebrei di avere una loro terra. E che «sionisti», anche se hanno paura di dirlo, sono perciò coloro che giustamente invocano la soluzione dei «due popoli, due Stati», vecchia quanto la Risoluzione 181 dell’ONU del 1947, che i sionisti accettarono e gli arabi rifiutarono, come ha ricordato anche Marco Travaglio in un recente intervento. De Luca aveva inoltre confutato l’accusa di genocidio a Gaza, stigmatizzando l’uso di quella parola basato «non su osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la dignità».
Tutte affermazioni che a me paiono sagge e condivisibili, ma che posso ammettere siano, per alcuni, discutibili o addirittura errate. Avrei voluto intervenire, provare a riportare il discorso sul merito. Ma lo zelo, il fervore dei miei commensali nel farsi una ragione di questo repentino e inspiegabile «tradimento» del pensiero unico pro-Pal era tale che mi sono presto scoraggiato. A che pro discutere di contenuti, se i contenuti non contano? Come far intendere ai miei costernati amici, senza ferirli, che forse, se un intellettuale a loro politicamente vicino, che hanno sempre stimato, dice qualcosa che esce dal coro della propaganda, altri intellettuali come loro dovrebbero, prima di diagnosticargli un disturbo mentale, cercare di capire se per caso vi sia qualcosa di valido nelle sue riflessioni, anche per concludere legittimamente, dopo averne esaminato il merito, che esse non sono condivisibili e non hanno fondamento?
Scartata, a fatica, l’ipotesi della demenza senile, i miei commensali si stavano cimentando con spiegazioni sempre più surreali. De Luca ha tradotto la Bibbia: è possibile che la lunga frequentazione con quel testo palesemente «sionista» abbia finito per inquinargli la mente. De Luca parla yiddish e conosce l’ebraico: non è escluso che tali frequentazioni linguistiche abbiano corrotto la purezza del suo giudizio. E via così, tra rassegnati sospiri, sguardi di sconsolata incomprensione e perplessi scuotimenti di testa.
Preda di un crescente sconforto, seguivo in silenzio la discussione, definitivamente scoraggiato dall’intervenire, e mi chiedevo come la propaganda potesse produrre effetti così dirompenti su menti certo non incapaci di ragionare, né prive di spirito critico e di raffinati strumenti di valutazione, né povere di cultura, né facilmente manipolabili.
Più tardi, tornandomene verso casa dopo l’ottima cena, mentre cercavo di convincermi di non aver sognato e mi rimproveravo di non aver fatto sentire la mia voce, ho dato un’occhiata a Google e ho letto, sul sito Il Libraio, le «scuse» di De Luca.
Per fortuna, con la scusa delle scuse, c’è sempre modo, per una persona intelligente, di ribadire le proprie tesi: ed è esattamente ciò che Erri De Luca ha elegantemente fatto. A me pare, comunque, che De Luca, colpevole soltanto di aver osato «pensare», cedendo a quella «pulsione nichilista che mette in dubbio i valori» di cui parlava Dürrenmatt, non abbia alcun bisogno di scusarsi. Né con coloro che lo hanno stimato e gli hanno voluto bene, e che spero continuino a farlo, né con quanti hanno a cuore la pace e il buon vicinato tra uno Stato ebraico e uno Stato palestinese. Non è infatti la loro sensibilità che può essere stata offesa, ma semmai quella di chi ha a cuore la guerra, la distruzione di Israele e la sopravvivenza armata di Hamas, primo e più feroce oppressore del popolo palestinese. Della sensibilità di costoro non è davvero il caso di preoccuparsi.
Preoccupiamoci invece dello stato della nostra classe intellettuale e domandiamoci se non sia arrivato il momento di smettere di dare tutta la colpa ai social e di meravigliarci se i giovani, abbeverandosi a certe fonti, finiscono per intossicarsi.

