Il prossimo 1° agosto ricorre il 51° anniversario della firma a Helsinki del Trattato sulla Cooperazione e la Sicurezza in Europa, cioè l’accordo tra Paesi comunisti e Paesi NATO che va sotto il nome di CSCE.
Vi parteciparono anche altri Stati europei neutrali, ma i veri protagonisti furono i Paesi NATO e l’Unione Sovietica, in un’epoca di piena Guerra fredda tra due blocchi contrapposti dotati di potenti arsenali nucleari.L’Italia ebbe un ruolo di assoluto rilievo in quel negoziato grazie a uno dei suoi migliori diplomatici, l’ambasciatore Luigi Vittorio Ferraris. Nel 1975 il Trattato fu firmato per l’Italia da Mariano Rumor, ministro degli Esteri del governo presieduto da Aldo Moro. Ma è legittimo chiedersi: che cosa c’entra l’Atto di Helsinki con la guerra tra Stati Uniti e Iran? Probabilmente c’entra, perché Helsinki indica un possibile cammino per avviare un dialogo per la pace o almeno per una tregua nel confronto armato in Medio Oriente.
Sul Financial Times, Alexander Stubb, presidente della Finlandia, e Frank-Walter Steinmeier, presidente della Germania, si sono richiamati proprio al Trattato di Helsinki come traccia da seguire per creare condizioni di confidence-building measures (misure concrete, reciproche e verificabili volte ad accrescere la fiducia tra Stati avversari) in Medio Oriente, dopo l’evidente disastro senza via d’uscita in cui è finita la guerra tra Stati Uniti e Iran, che adesso rischia di allargarsi ben oltre il Golfo Persico. Ad accrescere sospetti e tensioni interviene ora un fatto nuovo.
Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare con l’Arabia Saudita, che riceverà assistenza dall’industria americana per dotarsi di una filiera energetica nucleare comprendente tecnologie e apparecchiature per l’arricchimento dell’uranio. L’aspetto più preoccupante di questa intesa è che le garanzie di controllo saranno definite bilateralmente tra Washington e Riad ed escluderanno l’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, con il suo annesso protocollo relativo alle penetranti ed efficaci ispezioni previste per gli impianti di arricchimento. Se ci fosse stato bisogno di acuire ulteriormente i sospetti dell’Iran e certamente anche di Israele, con questo accordo Trump lo sta facendo. Anche Egitto e Turchia sono spettatori altrettanto sospettosi di un’Arabia Saudita in grado di arricchire uranio con pretesti insostenibili sul piano della disponibilità di fonti di energia.
L’idea lanciata dai due presidenti Stubb e Steinmeier è che, sulle orme del Trattato di Helsinki, si possa tentare di avviare un processo politico più ampio anche in Medio Oriente, per costruire quel minimo di fiducia reciproca imprescindibile in qualsivoglia negoziato tra Stati con valori e sistemi istituzionali contrapposti. Correttamente, i due uomini politici affermano che nessun processo negoziale potrà mai avere la benché minima possibilità di successo in assenza di quella fiducia.
Che cosa accadde in Europa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta con l’avvio dei negoziati della CSCE? Il contesto era il peggiore possibile.Il Muro di Berlino divideva brutalmente l’Europa, oltre che la Germania. La crisi dei missili sovietici a Cuba, nel 1962, aveva portato Stati Uniti e URSS sull’orlo dello scontro nucleare. Nel 1968 i carri armati del “comunismo reale” avevano schiacciato la speranza che potesse esistere un comunismo dal volto umano.
Le guerre e le guerriglie, dirette o per procura, in Asia, in Africa e in America Latina erano allora in pieno svolgimento, armate e alimentate da sovietici e americani. In presenza di tante tensioni, quando in Finlandia, nel 1972, iniziarono i primi negoziati informali tra i 35 Paesi partecipanti al processo di Helsinki, le prospettive di successo sembravano pressoché inesistenti. Eppure andò diversamente.
In quel negoziato, l’Unione Sovietica aveva due obiettivi: la sicurezza da un attacco americano e il riconoscimento, da parte dei Paesi occidentali, della sfera di influenza sovietica nell’Europa centro-orientale occupata dall’Armata Rossa nel 1945, ivi inclusa la divisione permanente della Germania. Per sintetizzare quegli obiettivi, i diplomatici dell’URSS lanciarono l’espressione “coesistenza pacifica”, ossia sicurezza militare e rispetto dei confini così com’erano, congelati dal dopoguerra.
Gli occidentali, per contro, chiedevano l’accettazione, da parte di tutti gli Stati, del principio dell’inviolabilità dei diritti umani e della necessità della cooperazione internazionale. Era un modo per pretendere l’apertura delle frontiere e la libera circolazione di persone, beni e capitali, nella convinzione che sarebbero bastate a far implodere i regimi comunisti.
Anche, o forse soprattutto, per le stesse ragioni, entrambi questi concetti costituivano un anatema per il comunismo reale, che sulla repressione e sull’asservimento economico e industriale dei Paesi satelliti fondava la propria proiezione internazionale da grande potenza. Luigi Vittorio Ferraris aveva circa cinquant’anni ed era parte di un piccolo gruppo di diplomatici europei che riuscì a convincere l’architetto della strategia geopolitica degli Stati Uniti, Henry Kissinger, a frammentare il confronto con i sovietici, suddividendo le tematiche negoziali in tre “baskets”, o “cesti”, da negoziare separatamente.
Il primo conteneva i temi della sicurezza, pressoché intrattabili.Il secondo quelli della cooperazione economica, che interessava molto sia agli industriali occidentali, desiderosi di esportare di più, sia agli economisti della pianificazione sovietica, costretti a gestire una drammatica carenza di beni e servizi che speravano di importare dall’Occidente. Infine, il terzo cesto, che per noi europei era forse il più rilevante, riguardava la collaborazione in tema di diritti umani e i settori a essi collegati.Quest’ultimo cesto fu la vera novità del processo negoziale della CSCE.
Il relativo negoziato fu affidato all’Italia nel ruolo di coordinatore delle posizioni occidentali e dunque al capo della delegazione italiana, nella persona dell’ambasciatore Ferraris. Questi, nel corso di quasi quattro anni, miracolosamente riuscì a guadagnarsi la fiducia di tre diversi presidenti del Consiglio: Andreotti, Rumor e Moro.E, ancor più miracolosamente, come egli mi raccontò quando collaboravo con lui in Germania, anche dei vertici del Partito comunista italiano, pur essendo tutti consapevoli di non avere nulla in comune sul piano ideologico.
Ma, per tornare al Medio Oriente, è arrivato il momento di chiedersi davvero se non sia arrivato il momento di tornare alla diplomazia, quella tradizionale, visto che le bombe e le improvvisate mediazioni di mediatori improvvisati utilizzati da Trump finora non sono riuscite, né le prime né le seconde, a creare il benché minimo barlume di speranza di pace tra Iran, Stati Uniti, Israele e monarchie del Golfo. Certo, è molto azzardato traslare realtà storiche da un’epoca a un’altra.
Ancor più dell’Europa, il Medio Oriente vive da sempre frammentazioni e rivalità politiche e dottrinali che, nel Golfo Persico, possono apparire persino tribali. L’Iran è condizionato da gruppi di potere e da leader religiosi che, nella maggioranza dei casi, trovano nella guerra permanente dell’Iran contro Israele e contro i “satanici” Stati Uniti la propria ragion d’essere e le fonti del proprio benessere.
E tuttavia è innegabile che i bombardamenti e il blocco navale abbiano stremato l’Iran e che il regime non riesca più a soddisfare le esigenze primarie di sussistenza di decine di milioni di persone.Perché non provare a formulare una proposta congiunta dell’Unione Europea e dei grandi Paesi islamici come l’Egitto, la Turchia, l’Indonesia e il Pakistan, per avviare un processo di confidence-building che inizialmente faccia riferimento ai cesti n. 2 e n. 3 di Helsinki, interrompendo le operazioni militari per sessanta giorni e lasciando a un secondo momento il cesto n. 1, che comporterebbe la definizione giuridica dello Stretto di Hormuz e la trattativa diretta dell’Iran con Stati Uniti e Israele?
All’Europa di oggi, all’Iran e a Paesi come l’Egitto e la Turchia, per esempio, non mancano certamente diplomatici di alto livello, insostituibili per concepire un nuovo percorso e iniziare a percorrerlo passo dopo passo. Purtroppo quei diplomatici abbondavano anche a Washington, ma il presidente Trump e la sua amministrazione hanno ritenuto di non averne bisogno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proviamo a dare una spinta per cambiare strada.