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Hormuz, l’impasse che logora l’Occidente

Il memorandum tra Washington e Teheran è fallito e il conflitto è ripreso. Per Emanuele Ottolenghi il regime iraniano conserva ancora un’arma decisiva: il controllo degli stretti e la vulnerabilità dei mercati globali

Emanuele Ottolenghi

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Il memorandum di intendimento tra Washington e Teheran non ha retto alle sue contraddizioni, lacune e ambiguità. Nel giro di pochi giorni tra Stati Uniti e Iran sono riprese le ostilità. Per interpretare questa nuova fase di conflitto, occorre prima di tutto considerare quali rischi e limiti influenzino le parti. Essi non sono sostanzialmente cambiati. Il regime iraniano, fragile e indebolito da tre anni di campagna militare iniziata nell’ottobre del 2023, ha di fronte a sé un quadro preoccupante: non solo due delle sue pedine nello scacchiere mediorientale, Hezbollah e Hamas, sono state decimate; non solo Teheran ha perso la Siria come conseguenza dell’apertura delle ostilità contro Israele; ma soprattutto, Teheran ha perso la sua immunità territoriale.

Per quarant’anni gli ayatollah hanno perseguito il loro disegno egemonico nella regione attraverso i gregari. Ora, ogni colpo inflitto ai propri avversari porta un contraccolpo diretto contro il territorio iraniano. La facciata di plausibile diniego delle responsabilità di Teheran in attacchi terroristici e avventure espansionistiche portate avanti dai suoi gregari si è sgretolata. E questo acuisce la crisi interna di un regime che, oltre ad avere un’economia in ginocchio, ha una popolazione ostile. Però per Teheran non esistono solo vulnerabilità: la strategia del regime di bloccare Hormuz, colpire il litorale arabo del Golfo e minacciare la chiusura anche della bocca meridionale del Mar Rosso sta funzionando e lascia a Teheran ancora carte da giocare.

Gli Stati Uniti, per contro, hanno la forza militare dalla loro parte, ma non sono riusciti a tradurre i successi militari in una svolta strategica. La guerra lanciata a fine febbraio per chiudere una volta per tutte la partita contro il regime, il suo arsenale missilistico, la sua ferocia repressiva, la sua destabilizzante rete di gregari nella regione e le sue ambizioni nucleari, deve invece concentrarsi esclusivamente sulla riapertura di Hormuz e, ora che Teheran ha deciso di attivare gli Houthi in Yemen, anche sul rischio di un blocco del traffico commerciale che dall’Oceano Indiano, passando per Suez, collega l’Europa ai mercati asiatici.

Il presidente Trump continua a dover fare i conti con un’opinione pubblica scettica sul conflitto, con un calendario elettorale a tempi stretti che potrebbe far pagare al suo partito e alla sua agenda politica un prezzo molto caro, e con degli alleati disincantati e riluttanti a scendere in campo per cavare le castagne dal fuoco appiccato dal presidente senza preavviso e coordinamento. In base a questo quadro, è evidente che l’Iran sceglie di temporeggiare, mantenendo un’ipoteca sul transito di Hormuz, perché, essendoci in gioco la sopravvivenza del regime e potendo contare sulla vulnerabilità dei mercati globali e dei paesi dirimpettai, calcola giustamente di avere maggior tolleranza di Trump nei confronti dei danni che la situazione attuale infligge.

Washington ha la scadenza elettorale di novembre che incombe. Il danno che soffrono le economie occidentali mette maggior pressione su Washington di quanto il danno materiale ne metta su Teheran. Quando si prendono in considerazione i limiti degli uni e degli altri, quindi, lo scenario più plausibile è di una guerra di posizione dove periodi di pausa per brevi cessate il fuoco e tentativi negoziali si alterneranno a fasi pirotecniche come quella in corso. A meno di una capitolazione americana, sulla falsa riga del memorandum di giugno, la crisi di Hormuz continuerà e la sua soluzione dipende da due fattori che difficilmente la politica internazionale può influenzare e da uno che l’America può invece attivare.

Il primo, naturalmente, è un cambio drammatico all’interno del regime iraniano, vuoi per congiura di palazzo, vuoi per nuove rivolte popolari, o per una combinazione delle due. Considerando che in Iran periodicamente esplode la protesta contro il regime, non è da escludersi un ritorno delle proteste popolari, ma non si può né prevedere il quando (e il come), né aspettarsi un esito diverso da quanto finora avvenuto. Finché il regime è coeso nella sua volontà di resistere e le forze della repressione sono disposte a sparare sulla folla, il regime sopravvive.
Il secondo è un’azione risolutiva da parte di una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti. Anche questo è uno scenario probabilmente irrealizzabile, perché né gli europei né gli alleati arabi nella regione sono disposti a intervenire. Salvo che la progressiva pressione militare non inneschi processi di dissenso e disgregazione all’interno del regime a Teheran, l’impasse continuerà dunque.

Il terzo fattore, un ritorno di Israele sul teatro delle ostilità, invece è attivabile. Il regime, nelle sue azioni militari recenti, sta attaccando tutti i paesi che, a suo dire, aiutano lo sforzo militare statunitense. In realtà, questo non è esatto, visto l’appoggio logistico che Israele continua a dare agli Stati Uniti, in primo luogo attraverso l’ospitalità estesa agli aerei cisterna americani che sono essenziali alle operazioni di rifornimento aereo per le operazioni in corso nel Golfo. Ma Teheran si guarda bene dal dare a Israele un pretesto per riaprire le ostilità.

La verità è che mentre gli Stati Uniti non sono riusciti, con tutta la loro potenza di fuoco, a dissuadere Teheran, Israele invece ha imposto efficacemente la sua deterrenza nei confronti del regime, il quale ben sa che un eventuale attacco contro Israele porterebbe ad azioni di raggio ben più ampio di quanto stia facendo ora Washington, contro sia la leadership iraniana già decimata, sia contro obiettivi nucleari, industriali e militari, che per ora gli Stati Uniti, concentrati come sono a isolare i porti e le basi militari iraniani sul litorale del Golfo, stanno lasciando indisturbati.

L’intervento israeliano potrebbe nuovamente cambiare la dinamica del conflitto e aumentare la pressione su Teheran a fare concessioni che finora il regime non sente il bisogno di fare per trovare un accordo. Ma Israele se ne starà fuori dal conflitto per il momento, occupato com’è a massimizzare i risultati ottenuti in Libano e conscio del fatto che Trump potrebbe chiederne l’assistenza e poi bruscamente dire a Gerusalemme di smettere nel momento in cui il presidente cambiasse direzione. L’impasse dunque continuerà, con alti e bassi, a caratterizzare la battaglia per il controllo degli stretti.


Emanuele Ottolenghi è un esperto di terrorismo e Medio Oriente.

Le opinioni espresse in questo articolo sono sue personali.