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Golda Meir e il sionismo americano: due idee di Sion

Dall’America degli immigrati ebrei alla Palestina, le diverse strade del sionismo tra socialismo, libertà e identità nazionale

Antonio Donno

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Golda Meir e il sionismo americano: due idee di Sion

Nel 1906 Golda Meir, nata Mabovitch a Kiev, raggiunse con la madre e le sorelle il padre negli Stati Uniti. Per una bambina proveniente dalla Russia zarista, dove gran parte della popolazione ebraica viveva in condizioni di povertà ed era sottoposta a pesanti discriminazioni e persecuzioni, l’America apparve un luogo meraviglioso. A colpire particolarmente Golda, qualche anno dopo, durante l’adolescenza, fu la libertà di parola e di opinione, di cui gli Stati Uniti erano un modello e che anche gli immigrati potevano esercitare.

Golda entrò ben presto nel movimento Poalei Zion (Operai di Sion), espressione del sionismo socialista, che avrebbe costituito una delle componenti fondamentali del movimento sionista e che coniugava gli ideali socialisti con quello della ricostituzione di una patria ebraica in Palestina. La formazione politica di Golda avvenne dunque nel contesto della democrazia americana, alla quale rimase profondamente legata. Il giorno del Labor Day, scrive Golda nelle sue memorie, «la parata – la folla, gli ottoni, l’odore di popcorn e di hot dogs – divenne il simbolo della libertà americana».

L’idea sionista era comunque presente tra gli ebrei americani, come dimostrava anche la diffusione del contributo dello shekel sionista (la quota associativa versata dai sostenitori dell’Organizzazione sionista mondiale, fondata nel 1897), che rappresentava una forma di adesione al movimento e contribuiva a sostenerne le attività. Come ha scritto Irving Howe in La terra promessa. Ebrei a New York, «il sionismo svolse il suo ruolo di forza illuminante tra quanti raggiungeva, offrendo loro una visione del mondo coerente e un senso di finalità collettiva». Per gran parte degli ebrei immigrati negli Stati Uniti, l’America rappresentò una nuova Sion.

La polemica tra i sostenitori dello yiddish come elemento dell’identità culturale ebraica e quanti auspicavano una completa americanizzazione fu vivace, sebbene tutto sommato marginale. In realtà, una parte consistente degli operai ebrei considerava il sionismo un’illusione borghese; ampi settori del socialismo ebraico respingevano l’idea nazionale alla base del programma sionista, anche se, negli anni successivi, alcune sue componenti avrebbero rivisto questa posizione. Restava però una riserva di fondo: anche quando il sionismo divenne un sentimento vigoroso tra gli ebrei americani, molti di loro continuarono a essere riluttanti ad accettare l’aliyah (l’immigrazione ebraica nella Terra d’Israele) come proprio obiettivo, come osserva Israel Cohen in Un popolo risorge. Storia del sionismo.

I terribili pogrom avvenuti in Russia all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento contribuirono a delineare una doppia realtà nell’ebraismo mondiale. Da una parte, la comunità ebraica degli Stati Uniti, inserita in un contesto relativamente sicuro e dalle prospettive allettanti, in parte vicina al socialismo e fortemente presente nei sindacati, alla cui creazione diede un contributo essenziale. Dall’altra, il sionismo, profondamente radicato tra le masse diseredate dell’Europa orientale, in particolare della Russia zarista, ancora minoritario tra gli ebrei d’America, eppure destinato a rafforzarsi. I pogrom russi scossero profondamente l’ebraismo mondiale, dando nuovo impulso al progetto sionista di una patria per gli ebrei.