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1949, Israele e profughi palestinesi: le origini di un conflitto irrisolto

Dopo la prima guerra arabo-israeliana, le pressioni americane per il rimpatrio dei profughi e il rifiuto degli Stati arabi complicarono la ricerca della pace.

Antonio Donno

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1949, Israele e profughi palestinesi: le origini di un conflitto irrisolto
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La guerra del 1948-1949, vinta da Israele contro gli eserciti arabi che puntavano alla sua distruzione, pose l’amministrazione Truman di fronte a una complessa situazione politica, che si articolava su due punti fondamentali, di cruciale importanza per le sorti di Israele e per gli equilibri politici del Medio Oriente. Dal canto suo, l’Unione Sovietica seguiva attentamente l’evolversi degli avvenimenti, pronta a intervenire al momento opportuno. I due punti – la questione dei profughi e quella della pacificazione complessiva della regione – erano strettamente intrecciati, tanto che Washington incontrava difficoltà nel tentativo di affrontarli separatamente, in due momenti successivi. In realtà, la questione era circolare. Secondo Israele, non v’era soluzione del problema dei profughi senza la pace. Secondo gli arabi, non poteva esserci pace senza la soluzione – cioè, il completo rimpatrio in Israele – dei profughi stessi.

Il 5 maggio 1949, davanti alla Commissione ad hoc dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che doveva valutare l’ammissione di Israele, Abba Eban, rappresentante permanente di Israele alle Nazioni Unite, presentò un documento sul problema dei profughi, sottoposto il giorno precedente da Eliahu Elath (già Epstein) a Joseph Satterthwaite, direttore dell’Office of Near Eastern and African Affairs, che ne diede immediata comunicazione a Dean Acheson, segretario di Stato americano. Il documento di Eban era articolato nei seguenti punti: 1) gli Stati arabi avevano scatenato la guerra ed erano, quindi, responsabili delle attuali condizioni dei profughi; 2) la soluzione della questione dei profughi era inscindibile dal raggiungimento della pace; 3) la soluzione del problema dei profughi non consisteva nel loro rimpatrio in Israele, impossibile per ragioni di sicurezza, ma nella loro sistemazione nei Paesi arabi circostanti, dove era più facile la loro integrazione; 4) Israele era pronto ai necessari indennizzi.

Gli Stati Uniti, invece, si orientavano sempre più verso la soluzione del rimpatrio. Il 12 maggio 1949, Elath comunicava a Moshe Sharett, ministro degli Affari Esteri, il contenuto di un incontro con George Warren, rappresentante americano nell’International Refugee Organization, dal quale emergeva che il Dipartimento di Stato americano non aveva elaborato alcun piano per la sistemazione dei profughi nei Paesi arabi – soluzione caldeggiata dalla Gran Bretagna – per evitare di rafforzare l’influenza britannica nei Paesi arabi del Medio Oriente. In realtà, l’amministrazione americana non aveva una visione coerente della situazione mediorientale e, di conseguenza, del problema dei profughi.

Acheson si ostinava a esercitare pressioni su Israele per il rimpatrio dei profughi, considerati dal governo israeliano una grave minaccia per la stabilità dello Stato. In seguito alle ripetute pressioni americane, Israele si dichiarò disposto ad accogliere centomila profughi, mentre Siria e Iraq rifiutarono qualsiasi apertura sul problema. Così, gli arabi avevano ottenuto lo scopo di lasciare aperto il contenzioso sui profughi, cioè un problema politico sfruttabile a tempo indeterminato.