Gli anni 1948-1952 furono caratterizzati da due periodi distinti nelle relazioni tra Israele e gli Stati Uniti. Nel primo periodo, compreso tra il 1948 e il 1950, durante il quale si combatté la prima guerra arabo-israeliana del 1948-1949, conclusasi con la vittoria di Israele, gli Stati Uniti mantennero un atteggiamento di sostanziale disimpegno verso il nuovo Stato ebraico. Almeno tre fattori determinarono questo atteggiamento da parte di Washington: la volontà di non compromettere definitivamente le relazioni con gli arabi schierandosi esplicitamente dalla parte di Israele durante il conflitto; la necessità di salvaguardare le relazioni con la Gran Bretagna, che aveva accolto con forte contrarietà la nascita di Israele, un grave colpo al prestigio britannico in Medio Oriente, già in evidente declino; infine, la politica dell’embargo sulle armi, che fu ribadita a più riprese dal Dipartimento di Stato americano, che non sembrava aver accettato la sconfitta politica dovuta al pronto riconoscimento di Israele da parte del presidente Truman.
Il secondo periodo (1951-1952) vide una relativa normalizzazione dei rapporti israelo-americani: Israele era nato e si andava consolidando, con buona pace del Dipartimento di Stato. Il trionfo politico di Truman era ormai evidente. L’8 maggio 1951, l’incontro tra Truman e Ben-Gurion, alla presenza di Abba Eban, segnò un importante passo avanti nelle relazioni tra i due Paesi. Gli aiuti economici americani a Israele furono l’esito di un’alleanza politica che si protrasse nel tempo, garantendo un appoggio fondamentale per lo Stato ebraico contro i suoi nemici.
Il Dipartimento di Stato continuò tuttavia a mostrare una certa rigidità nei confronti di Israele, anche di fronte all’incontestabile evidenza che lo Stato ebraico era stato attaccato dagli eserciti di cinque Stati arabi all’indomani della proclamazione dell’indipendenza, avvenuta il 14 maggio 1948, con il preciso intento di cancellarlo dalla carta geografica. L’equidistanza perseguita dal Dipartimento di Stato, prima sotto George Marshall e successivamente sotto Dean Acheson, si traduceva nell’embargo sulle armi, una politica che ignorava la disparità delle forze in campo e soprattutto tendeva a svilire il significato del riconoscimento de facto di Israele, fortemente voluto da Truman.
Dopo la nascita di Israele, la posizione del Dipartimento di Stato, nelle dichiarazioni e negli atti dei suoi massimi esponenti, restò immutata. Benché lo Stato ebraico fosse ormai una realtà consolidata, la diplomazia americana valutò attentamente ogni iniziativa che potesse in qualche modo apparire favorevole a Israele, non lesinò atteggiamenti di freddezza e talvolta di ostilità e cercò costantemente di ristabilire rapporti amichevoli con i Paesi arabi del Medio Oriente, che covavano rancore verso gli Stati Uniti, rei di aver favorito il progetto sionista. La decisione di Truman – contro le obiezioni del Dipartimento di Stato, del Dipartimento della Difesa e della lobby petrolifera – di sostenere lo Stato ebraico aveva trasformato gli Stati Uniti nel principale protettore di Israele e questo danneggiava gravemente le relazioni arabo-americane, favorendo il progetto sovietico di acquisire un ruolo sempre più rilevante nel contesto arabo.
Tuttavia, il 24 ottobre 1948, alla vigilia delle elezioni presidenziali, Truman dichiarò che le frontiere di Israele dovevano considerarsi intangibili, causando sconcerto e costernazione nel Dipartimento di Stato e principalmente nello stesso Marshall, segretario di Stato americano. Ancora una volta, in un momento cruciale, il presidente americano aveva superato le resistenze diplomatiche e imposto la propria linea. Israele tirava un sospiro di sollievo.

