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Gaza. Proteste contro Hamas ma il mondo guarda altrove

Le manifestazioni contro il movimento islamista sono state represse con violenza e hanno trovato pochissimo spazio sui media internazionali, riaccendendo il dibattito sull’informazione proveniente dalla Striscia

Paolo Montesi

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Gaza. Proteste contro Hamas ma il mondo guarda altrove

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla guerra tra Israele e Hamas, nella Striscia di Gaza è andato in scena un episodio che ha ricevuto un’eco limitata fuori dal Medio Oriente. Il 26 giugno centinaia di palestinesi sono scesi in piazza in diverse località dell’enclave per protestare contro Hamas, accusato di avere trascinato Gaza in una crisi senza precedenti e di governare attraverso intimidazione e repressione.

Secondo numerose testimonianze diffuse sui social media e riportate da alcune fonti giornalistiche, la risposta del movimento islamista è stata immediata. Le forze di sicurezza di Hamas avrebbero disperso le manifestazioni con la forza, identificato gli organizzatori e avviato arresti, interrogatori e minacce nei confronti dei partecipanti. Il quotidiano britannico The Telegraph, uno dei pochi grandi media internazionali ad avere dato spazio agli eventi, ha riferito che molti manifestanti temevano di essere accusati di collaborazionismo con Israele, un reato che, secondo le regole imposte da Hamas, può comportare anche la condanna a morte.

La protesta nasce in un contesto di esasperazione crescente. Dopo oltre due anni di guerra, gran parte della popolazione della Striscia vive tra distruzione, sfollamenti e una gravissima emergenza umanitaria. Pur esistendo ancora una quota di consenso nei confronti di Hamas, diversi analisti sottolineano come valutare il reale sostegno popolare sia estremamente difficile in un territorio nel quale l’opposizione politica viene repressa e il dissenso pubblico comporta rischi molto elevati.

Secondo le ricostruzioni pubblicate da organizzazioni impegnate nel monitoraggio dell’informazione sul Medio Oriente, nei giorni precedenti alle manifestazioni Hamas avrebbe cercato di impedire qualsiasi mobilitazione attraverso una campagna di intimidazione contro i presunti promotori. Alcune fonti sostengono inoltre che strutture civili sarebbero state utilizzate per interrogare sospetti oppositori, accuse che, se confermate, si aggiungerebbero alle numerose contestazioni rivolte negli anni al movimento per l’impiego di infrastrutture civili a fini militari o di sicurezza.

Un altro elemento che alimenta il dibattito riguarda la copertura mediatica. Mentre le proteste venivano represse, gran parte dell’informazione internazionale continuava a dedicare spazio ad altri aspetti della vita nella Striscia, lasciando ai margini una vicenda che offriva uno spaccato inconsueto del malcontento interno verso Hamas. Non si tratta della prima volta. Anche durante precedenti manifestazioni contro il movimento islamista, la copertura dei principali media occidentali era stata limitata.

Questo non significa che le proteste rappresentino necessariamente un cambiamento degli equilibri politici nella Striscia. Hamas mantiene ancora un apparato di sicurezza capillare e conserva una significativa capacità di controllo del territorio. Tuttavia, il fatto stesso che gruppi di palestinesi abbiano deciso di manifestare pubblicamente, pur conoscendo i rischi cui andavano incontro, costituisce un segnale che merita attenzione.

Comprendere ciò che accade a Gaza significa infatti osservare tutte le dimensioni del conflitto. Da un lato le operazioni militari israeliane e le loro conseguenze sulla popolazione civile, dall’altro il ruolo esercitato da Hamas sul territorio e il prezzo pagato da chi prova a contestarne il potere. Ignorare uno di questi elementi significa offrire un quadro inevitabilmente incompleto di una delle crisi più complesse e drammatiche del nostro tempo.