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Festival in Irlanda. Vietato l’ingresso a chi ha prestato servizio nell’Idf

La decisione del Rewild Festival dopo una campagna di protesta scatena accuse di discriminazione e riaccende il dibattito sull’antisemitismo in Irlanda

Rosa Davanzo

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Festival in Irlanda. Vietato l’ingresso a chi ha prestato servizio nell’Idf

Un festival che si presenta come uno spazio aperto e inclusivo ha deciso di escludere tutti coloro che prestano o hanno prestato servizio nelle Forze di difesa israeliane. La scelta del Rewild Festival, manifestazione dedicata alla musica, all’arte e al benessere in programma nella contea di Kerry, in Irlanda, ha provocato una dura polemica internazionale e nuove accuse di discriminazione nei confronti degli israeliani e della comunità ebraica.

La vicenda è nata dopo la contestazione sui social media della partecipazione di Yonatan Prigozin, cittadino israeliano che in passato aveva svolto il servizio militare obbligatorio. In un primo momento gli organizzatori avevano confermato la sua presenza, ma la situazione è cambiata quando alcuni artisti e fornitori hanno minacciato di ritirarsi dall’evento. A quel punto il festival ha annunciato una nuova politica che vieta la partecipazione a chiunque abbia servito o stia servendo nelle Forze di difesa israeliane.

Nel comunicato ufficiale gli organizzatori dichiarano di essere «in solidarietà con il popolo palestinese» e affermano che gli appartenenti, attuali o passati, alle cosiddette “Israeli Occupation Forces” (IOF) non sono i benvenuti. L’uso dell’acronimo IOF, impiegato da movimenti fortemente ostili a Israele in sostituzione della sigla ufficiale IDF, è stato interpretato da numerosi osservatori come una precisa presa di posizione ideologica.

La decisione è stata condannata dall’organizzazione britannica Campaign Against Antisemitism, che ha definito il provvedimento una forma di discriminazione mascherata da attivismo politico. Secondo l’associazione, colpire indistintamente chi ha svolto il servizio militare in Israele significa penalizzare una parte enorme della popolazione israeliana, considerando che il servizio di leva è obbligatorio per la maggioranza dei cittadini e costituisce un dovere previsto dalla legge.

Critiche altrettanto severe sono arrivate dal rabbino capo d’Irlanda, Yoni Wieder, che ha accusato gli organizzatori di adottare un linguaggio tipico dei movimenti impegnati nella delegittimazione dello Stato ebraico. Wieder ha ricordato che Israele mantiene la coscrizione obbligatoria in ragione della situazione di sicurezza e delle continue minacce provenienti da organizzazioni terroristiche che ne contestano l’esistenza.

Il rabbino ha inoltre sostenuto che l’episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un clima che negli ultimi anni avrebbe reso sempre più difficile la vita degli ebrei irlandesi. A suo giudizio, molti membri della comunità percepiscono che la loro piena accettazione nella società dipenda dalla presa di distanza da Israele, mentre si moltiplicano proteste davanti a eventi ebraici, episodi di ostilità nei confronti di persone che parlano ebraico e iniziative contro simboli riconducibili allo Stato israeliano.

La vicenda si intreccia con un dibattito che attraversa la stessa comunità ebraica irlandese. Nei giorni scorsi ventuno ebrei hanno contestato il patrocinio concesso dal Jewish Representative Council of Ireland (JRCI) a un seminario dedicato al rapporto tra antisionismo e antisemitismo. I firmatari della protesta sostengono che l’opposizione al sionismo non possa essere automaticamente assimilata all’antisemitismo e che la critica nei confronti di Israele rientri nel normale confronto politico.

Il Consiglio rappresentativo della comunità ebraica ha replicato spiegando che l’iniziativa aveva l’obiettivo di fornire strumenti per riconoscere i casi nei quali il linguaggio antisionista diventa un veicolo di ostilità verso gli ebrei. Lo stesso rabbino Wieder ha precisato che criticare il governo israeliano è pienamente legittimo, ma ha aggiunto che, sempre più spesso, l’antisionismo viene utilizzato come copertura per atteggiamenti discriminatori contro gli ebrei.

La decisione del Rewild Festival rilancia così una questione destinata a rimanere al centro del dibattito europeo: il confine tra protesta politica e discriminazione. Escludere una persona da un evento culturale sulla base del servizio militare obbligatorio svolto nel proprio Paese solleva interrogativi giuridici e morali che vanno ben oltre il caso specifico e riflettono il clima di crescente polarizzazione che accompagna il conflitto mediorientale anche fuori dalla regione.