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Australia. Il dossier che scuote il sistema sanitario

Un’inchiesta raccoglie decine di testimonianze di medici e infermieri che denunciano discriminazioni contro pazienti e operatori ebrei dopo il 7 ottobre

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Australia. Il dossier che scuote il sistema sanitario

Una donna ebrea lasciata per ore senza assistenza dopo un parto cesareo, distesa in una pozza di sangue accanto al figlio appena nato. Un paziente sottoposto a una lezione di negazionismo della Shoah mentre si trovava in terapia intensiva. Medici e infermieri che nascondono la propria identità ebraica per paura di ritorsioni. Sono alcuni degli episodi raccolti da una vasta inchiesta pubblicata dal settimanale australiano The Australian, che descrive un clima di crescente ostilità verso gli ebrei all’interno del sistema sanitario del Paese dall’indomani del massacro del 7 ottobre 2023.

L’indagine si basa sulle testimonianze di oltre trenta professionisti della sanità, tra medici, infermieri, ostetriche e altri operatori. Il quadro che emerge, pur composto da racconti individuali e non da sentenze giudiziarie, è sufficientemente ampio da aver acceso un dibattito nazionale sulla capacità degli ospedali australiani di garantire imparzialità e sicurezza a tutti i pazienti.

Secondo le testimonianze raccolte, la tensione politica legata alla guerra tra Israele e Hamas avrebbe progressivamente invaso reparti ospedalieri e ambulatori, trasformando luoghi destinati alla cura in spazi attraversati da conflitti ideologici. Diversi operatori raccontano che simboli e slogan anti-israeliani sono comparsi all’interno delle strutture sanitarie, mentre sui social network alcuni professionisti avrebbero diffuso messaggi di sostegno a Hamas, contenuti antisemiti e perfino richiami al negazionismo della Shoah.

Tra gli episodi più discussi figura anche l’annullamento di un congresso di traumatologia previsto a Perth. Ospite principale sarebbe dovuto essere il generale medico della riserva Alon Glasberg, già capo del corpo sanitario delle Forze di difesa israeliane, invitato a presentare tecniche sviluppate per il trattamento dei feriti da esplosioni e attentati. La conferenza è stata cancellata dopo le proteste annunciate da gruppi di operatori sanitari filo-palestinesi. Diversi specialisti hanno criticato quella decisione, sostenendo che abbia privato il personale medico australiano di un’importante occasione di aggiornamento su procedure salvavita.

Parallelamente continua lo scontro sull’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance da parte dell’autorità australiana che vigila sulle professioni sanitarie. Oltre 1.400 operatori hanno firmato una lettera aperta contestando l’iniziativa, soprattutto per le parti che considerano antisemite alcune forme di delegittimazione dello Stato di Israele o l’applicazione di criteri discriminatori nei suoi confronti.

L’inchiesta dedica ampio spazio anche alle ricadute concrete sui pazienti. Alcune donne ebree sostengono di essere state sottoposte a procedure mediche dolorose e ripetute oltre quanto previsto dai protocolli. Una ostetrica riferisce il caso di una paziente lasciata senza analgesici e senza adeguata assistenza dopo un cesareo. In un’altra testimonianza, una paziente ricoverata in terapia intensiva racconta di aver ascoltato da un’infermiera affermazioni che negavano sia la Shoah sia gli attacchi del 7 ottobre.

Un capitolo riguarda inoltre il personale sanitario ebraico. Diversi medici dichiarano di essere stati isolati, insultati o destinatari di segnalazioni disciplinari dopo aver espresso solidarietà a Israele o avere contestato accuse di genocidio. Alcuni affermano di aver preferito dimettersi, convinti che le direzioni ospedaliere non fossero disposte a intervenire contro episodi di antisemitismo.

L’inchiesta richiama anche il caso dei due infermieri del Bankstown Hospital di Sydney, finiti sotto indagine dopo la diffusione di un video nel quale rivolgevano minacce nei confronti di pazienti israeliani. L’episodio aveva suscitato enorme indignazione in Australia e rafforzato il timore, all’interno della comunità ebraica, che l’identità religiosa potesse influenzare la qualità delle cure ricevute.

Secondo i dati dell’autorità di vigilanza sulle professioni sanitarie australiane, tra luglio 2023 e la fine di febbraio 2026 sono stati registrati 124 reclami collegati ad accuse di antisemitismo e 97 relativi a episodi di islamofobia. Numeri che mostrano come le tensioni nate dal conflitto mediorientale abbiano investito anche il sistema sanitario.

A chiudere l’inchiesta è la testimonianza di una pediatra ebrea che ha deciso di trasferirsi in Israele. Racconta di lavorare oggi in un ospedale dove medici e infermieri ebrei, musulmani, cristiani e drusi assistono quotidianamente ogni paziente senza distinzione di origine o religione. Un principio che appartiene alla deontologia medica universale e che, proprio per questo, secondo molti dei protagonisti dell’inchiesta australiana, dovrebbe restare impermeabile alle contrapposizioni politiche e ideologiche.