Migliaia di account falsi, coordinati e con ogni probabilità riconducibili all’Iran, stanno conducendo una campagna sistematica contro i sopravvissuti al massacro del Nova Music Festival. L’obiettivo, secondo un rapporto dell’organizzazione Fighting Online Antisemitism anticipato dal quotidiano britannico The Telegraph, è cancellare o deformare la realtà del 7 ottobre, trasformando chi è sfuggito ai terroristi di Hamas nel bersaglio di insulti, minacce e teorie complottiste.
La campagna si muove soprattutto su X e TikTok, dove video, commenti e immagini presentano il massacro come una messinscena organizzata da Israele, parlano di “attori della crisi”, sangue finto e operazioni sotto falsa bandiera, oppure attribuiscono direttamente all’esercito israeliano l’uccisione dei partecipanti al rave. A queste falsificazioni si affiancano attacchi personali contro sopravvissuti e ostaggi liberati, accusati di mentire e sottoposti a offese razziste, sessiste e antisemite.
Tra i bersagli compare Noa Argamani, diventata uno dei volti simbolo del 7 ottobre dopo la diffusione del filmato in cui veniva trascinata verso Gaza su una motocicletta, mentre implorava i rapitori di risparmiarla. Liberata dopo 245 giorni durante un’operazione militare israeliana, è stata definita online “terrorista” e “prostituta”. Anche Romi Gonen, rapita al Nova e detenuta per mesi nella Striscia, è stata investita da una campagna di odio dopo avere raccontato gli abusi subiti durante la prigionia.
Il rapporto descrive un’operazione “continua e multilivello”, avviata attraverso reti di profili inautentici e successivamente amplificata da utenti reali, che hanno rilanciato i contenuti fino a renderli parte del normale flusso delle piattaforme. Proprio questo passaggio rende il fenomeno particolarmente insidioso. Una falsità immessa deliberatamente nello spazio digitale può emanciparsi rapidamente dai suoi creatori, trovare nuovi diffusori e assumere l’apparenza di un’opinione spontanea e condivisa.
L’attribuzione all’Iran viene formulata dagli autori con cautela, sulla base dei modelli di coordinamento e del comportamento degli account individuati. Teheran ha una lunga esperienza nelle operazioni di influenza online e nell’impiego di identità digitali false per alimentare divisioni politiche, delegittimare Israele e colpire i suoi alleati. Studi sulle reti sociali in lingua persiana hanno già mostrato quanto gli account inautentici siano attivi soprattutto nelle discussioni politiche più divisive, dove riescono a condizionare la visibilità e la circolazione dei contenuti. (arXiv)
La scelta dei sopravvissuti del Nova come obiettivo possiede una logica precisa. Quelle persone sono testimoni diretti dell’assalto compiuto da Hamas, nel quale centinaia di giovani furono uccisi, feriti o sequestrati. Colpirne la credibilità significa cercare di indebolire la memoria stessa del massacro, insinuando che le testimonianze siano costruite, manipolate o interessate. La negazione del 7 ottobre assume così la forma di una persecuzione personale che prolunga la violenza subita quel giorno.
Omri Sassi, uno degli organizzatori del festival, ha raccontato al Telegraph di avere visto terroristi sparare con mitragliatrici e razzi anticarro contro le automobili, lanciare granate e uccidere chiunque tentasse di sottrarsi al rapimento. Dopo avere perduto amici e familiari, continua a seguire una terapia psicologica. Alla campagna di falsificazione ha risposto contribuendo a realizzare a Londra una mostra sul Nova, invitando chi nega il massacro a confrontarsi con le prove e con le storie delle vittime.
Gli autori del rapporto accusano inoltre le piattaforme di reagire con lentezza anche quando i contenuti violano apertamente le loro regole e contengono incitamenti alla violenza. TikTok, unica società ad avere fornito una risposta alla stampa, ha assicurato di vietare antisemitismo, ideologie d’odio e operazioni clandestine volte a manipolare l’opinione pubblica, sostenendo di utilizzare tecnologie e squadre specializzate per individuarle.
Il problema resta però aperto. Finché contenuti segnalati come violenti o falsi continuano a circolare, i sopravvissuti vengono colpiti una seconda volta, mentre la menzogna acquista terreno grazie agli algoritmi che premiano indignazione, aggressività e viralità. Per fermare questa nuova forma di persecuzione serviranno controlli più rapidi, maggiore trasparenza sulle reti coordinate e governi capaci di pretendere dalle piattaforme una responsabilità che finora è rimasta largamente insufficiente.