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Boicottare la pace. A Firenze anche Noa presa di mira

Le polemiche sul festival “Re-Imagine Peace” di Firenze, diretto dalla cantante israeliana Noa, e il silenzio di una sinistra incapace di prendere le distanze dal movimentismo più radicale

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Boicottare la pace. A Firenze anche Noa presa di mira

“Re-Imagine Peace” è il festival in programma a Firenze dal 10 al 12 luglio, diretto dalla cantante israeliana Noa, insieme alla cantante e attrice palestinese-israeliana Mira Awad. L’obiettivo è promuovere il dialogo tra israeliani e palestinesi, attraverso musica, cultura e confronto tra esponenti religiosi.

Le posizioni di Noa sono note: si batte per la soluzione dei due Stati e per promuovere iniziative di dialogo tra le due parti. Invisa per questo alla destra israeliana, è quanto di più lontano si possa immaginare dall’attuale governo Netanyahu. In un’intervista rilasciata il 3 giugno a Vanity Fair ha ribadito il suo giudizio sul premier israeliano e su Ben Gvir, definendoli “nemici del popolo ebraico”.

Nonostante i contenuti di “Re-Imagine Peace” e le parole di Noa, che negli anni l’hanno portata agli onori della galassia pro-pal (e, invero, anche alla sua strumentalizzazione), si sono aperte delle feroci polemiche sulla sua persona e sul festival. Non da parte di qualche estremista sionista, ma proprio di chi fino a ieri l’aveva esaltata.

È accaduto che proprio a Vanity Fair Noa abbia dichiarato anche altro: di essere sionista, di non utilizzare il termine genocidio e che “le persone che verranno al festival non passeranno il tempo a gridare genocidio dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.Apriti cielo!Sono intervenuti BDS Italia e la testata “Contropiano”, collegata alla Rete dei Comunisti Italiani (a differenza dei dinosauri, evidentemente non si sono estinti), con due lettere aperte indirizzate alla “cara Noa” – così si rivolgono alla cantante. Il linguaggio è quello consueto di questi movimenti, che oscilla tra paternalismo e minaccia.

Per prima cosa, chiariscono che il vero problema non è Netanyahu, né Ben Gvir. È Israele, che “promuove un sistema di apartheid”, attua “politiche di occupazione e colonizzazione”, “tiene sotto assedio un’intera popolazione” e – immancabilmente – compie un “genocidio”. Ebbene, nel festival, le parole “giustizia, diritti, uguaglianza, genocidio” mancano del tutto. Dunque, finché Noa non rinnegherà ciò che è – una sionista – e non utilizzerà la parola genocidio, contribuirà alla “normalizzazione” di Israele.

Le lettere continuano incalzando Noa addirittura a legittimare la narrazione di Hamas (chiedono: perché non riconosce il 7 ottobre come parte di una più ampia “rivolta contro un sistema di oppressione”? Cosa ha da dire sulle “accuse di stupro rivolte ad Hamas, mai confermate”?), per concludere che, essendo israeliana, sarebbe vittima di quel sistema di “art washing” e “peace washing”, creato e imposto dallo Stato sionista. E così, nel giro di poche ore, Noa è divenuta l’ennesima sionista da delegittimare e boicottare, assieme al suo festival per “Re-immaginare la pace”.Non c’è da meravigliarsi se a sostenere teorie del genere sono le stesse menti fervide che hanno coniato neologismi del calibro di “art washing” e “peace washing”.Il punto vero è il silenzio della sinistra, che proprio in Toscana governa quasi ovunque e permea buona parte della cultura e della società civile.

Non un distinguo netto, almeno sino a oggi, dalle contestazione a Noa e al festival. E le ragioni sono facilmente intuibili: è una sinistra che ha dato e continua dare spazio proprio al BDS e alle sue campagne di boicottaggio; alle reti islamiche più ambigue (partecipando, ad esempio, a convegni per chiedere la liberazione del pluriergastolano condannato per terrorismo Marwan Barghouti); ai gruppi dei flottigliani vacanzieri che da qualche settimana girano per l’Italia abbinando mare (“100 porti”) e città d’arte (“100 città”), accolti come eroi dagli esponenti di questa stessa area politica.È il solito, pericoloso, meccanismo che porta a giocare su più fronti contemporaneamente, nella speranza di racimolare più voti possibile.

Ma è davvero questa la sensibilità istituzionale di chi ambisce a governare il Paese tra poco più di un anno? E se per assurdo l’operazione elettorale dovesse riuscire, il “campo largo” sarà così “largo” da ricomprendere anche i BDS e la Rete dei Comunisti? Come pensano di gestirli, a quel punto? Con un bel boicottaggio nazionale?Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo e con l’auspicio che gli esponenti più responsabili della sinistra prendano le distanze da questo modello, il messaggio che passa è quello di un’area progressista allo sbando, ostaggio del movimentismo più radicale, cui poco importa se a governare Israele siano Netanyahu e Ben Gvir oppure Lapid, Bennett, Gantz o Golan. Lo Stato ebraico si criminalizza a prescindere, ripetendo in modo ossessivo una parola, genocidio, che ha smesso di essere considerata una categoria giuridica ed è divenuta uno slogan politico, pronto agli usi più disinvolti pur di massimizzare i consensi.