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Pride di New York, gli ebrei LGBTQ tra applausi e insulti perché la linea di confine oggi si chiama Israele

Due gruppi sfilano con la Stella di David tra bandiere arcobaleno. Uno viene accolto con entusiasmo, l’altro bersagliato da slogan contro Israele e insulti filopalestinesi

Alessandro Carmi

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Pride di New York, gli ebrei LGBTQ tra applausi e insulti perché la linea di confine oggi si chiama Israele

«Gli ebrei di Alla parata del Pride di New York è bastata una parola per cambiare completamente l’atmosfera. Gli stessi simboli ebraici, le stesse bandiere arcobaleno con la Stella di David, lo stesso desiderio di celebrare insieme l’identità ebraica e quella LGBTQ. Eppure, nell’arco di poche ore, alcuni manifestanti sono stati applauditi e incoraggiati, mentre altri sono stati accolti da fischi, slogan contro Israele e grida di «Free Palestine» e «Fuck Israel». La differenza stava nel nome del gruppo con cui sfilavano e, soprattutto, nella presenza della parola “sionista”.

La scena racconta con particolare chiarezza quanto sia diventata complessa la condizione di molti ebrei LGBTQ negli Stati Uniti dopo il 7 ottobre 2023. Sempre più spesso raccontano di sentirsi costretti a scegliere quale parte della propria identità mostrare e quale invece nascondere, perché il sostegno al diritto di Israele a esistere come Stato ebraico è diventato motivo di esclusione in una parte significativa dell’attivismo queer.

Il caso più emblematico è quello di Dillon Perez, trentenne newyorkese che ha partecipato due volte alla grande parata del Pride. Durante la prima sfilata, con il gruppo Jew York Pride, ha ricevuto applausi e incoraggiamenti. Molti spettatori lo hanno salutato gridando «Jewish Pride», mentre sventolava una grande bandiera arcobaleno con la Stella di David. Più tardi, quando si è unito al contingente organizzato da Zioness, associazione progressista apertamente favorevole a Israele, l’atmosfera è cambiata radicalmente. Dai marciapiedi sono partiti fischi, insulti e slogan contro Israele. «Esiste una particolare sensibilità attorno alla parola “sionista”», ha raccontato Perez. «È evidente che quella parola suscita una reazione completamente diversa.»

Le due esperienze, vissute nello stesso giorno e lungo lo stesso percorso, sono diventate il simbolo di una frattura che da tempo attraversa molti ambienti LGBTQ americani. Sheri Krell, che ha marciato con Zioness dietro allo striscione «Progressisti senza esitazioni, sionisti senza chiedere scusa», considera comunque importante continuare a essere visibili. «Abbiamo subito molestie verbali, ma abbiamo ricevuto anche tanti incoraggiamenti. Rinunciare a esserci significherebbe lasciare che siano altri a decidere chi può appartenere a questa comunità.»

Secondo Alex Kaufman, tra gli organizzatori del gruppo, la situazione è peggiorata negli ultimi anni. Molti ebrei, soprattutto quelli che mantengono un legame con Israele, descrivono oggi numerosi spazi queer come ambienti sempre meno ospitali. Per questo Zioness ha scelto di offrire un luogo nel quale fosse possibile presentarsi senza dover rinunciare a nessuna parte della propria identità.

L’esperienza di Jew York Pride, invece, è stata sorprendentemente diversa. Rivka Schafer, ventunenne, era arrivata preparandosi agli insulti ricevuti nelle edizioni precedenti. Questa volta quei timori si sono rivelati infondati. Lei e decine di altri partecipanti hanno distribuito centinaia di bandiere arcobaleno con la Stella di David ricevendo applausi lungo il percorso. «Due anni fa avevo davvero paura. Stavolta mi sono sentita molto più tranquilla», ha raccontato.

Alla cinquantaseiesima edizione del Pride di New York hanno partecipato circa 75 mila persone, davanti a una folla stimata in circa due milioni di spettatori. Tra i presenti anche il sindaco Zohran Mamdani, che in passato ha dichiarato di non sostenere l’idea di Israele come Stato ebraico, e la governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul.

La tensione tra identità ebraica e appartenenza al movimento LGBTQ non nasce quest’anno. Nel 2025 la parata del Pride di Ottawa venne annullata dopo il blocco organizzato da manifestanti filopalestinesi, mentre a New York alcune associazioni ebraiche hanno dato vita a iniziative autonome, come Shalom, Dykes, dopo che la tradizionale Dyke March aveva scelto lo slogan «Dykes Against Genocide». Pochi giorni fa anche il senatore californiano Scott Wiener, apertamente gay e da sempre impegnato per i diritti civili, ha denunciato di essere stato aggredito verbalmente e fisicamente durante una manifestazione transgender a San Francisco.

Per molti ebrei LGBTQ il Pride continua a rappresentare uno spazio di libertà, ma quella libertà appare sempre più condizionata dall’atteggiamento verso Israele. La parata di New York ha mostrato che una bandiera con la Stella di David può ancora essere accolta con entusiasmo. Ha mostrato anche quanto rapidamente quell’entusiasmo possa trasformarsi in ostilità quando la stessa identità ebraica viene associata, esplicitamente, al sionismo.