L’antisemitismo cambia volto, trova nuove giustificazioni e, in alcuni ambienti politici, diventa perfino più accettabile quando viene presentato come una conseguenza delle politiche di Israele. È la conclusione alla quale giunge uno studio pubblicato sull’autorevole rivista scientifica American Psychologist, secondo cui una parte degli elettori progressisti statunitensi tende a valutare con minore severità chi esprime ostilità verso gli ebrei se questa viene motivata con riferimenti alla guerra di Gaza o ai diritti dei palestinesi.
La ricerca, sottoposta a revisione paritaria e firmata dagli psicologi Jordan W. Moon, delle Università di Southampton e Brunel di Londra, insieme a Michael Barlev e Steven L. Neuberg dell’Arizona State University, affronta un tema sempre più discusso dopo l’esplosione delle tensioni seguite al massacro del 7 ottobre 2023 e alla guerra nella Striscia di Gaza. Gli studiosi parlano di un vero e proprio effetto di “legittimazione”, cioè della tendenza a considerare più accettabile un pregiudizio quando viene accompagnato da una motivazione percepita come moralmente o politicamente condivisibile.
Lo studio ha coinvolto 979 cittadini statunitensi reclutati attraverso la piattaforma Prolific, con un campione costruito per essere il più possibile rappresentativo della popolazione americana. Ai partecipanti sono stati presentati profili immaginari di persone che dichiaravano apertamente di non gradire ebrei, musulmani o afroamericani. In alcuni casi il pregiudizio veniva espresso senza alcuna spiegazione, in altri era accompagnato da una giustificazione.
Per quanto riguarda gli ebrei, la motivazione proposta era il forte dissenso nei confronti di Israele e della guerra a Gaza oppure l’accusa che Israele violasse i diritti umani dei palestinesi. I partecipanti dovevano poi esprimere un giudizio sulla persona che aveva formulato quelle affermazioni.
I risultati mostrano una differenza significativa. Quando il pregiudizio contro gli ebrei veniva espresso senza alcuna motivazione, gli intervistati che si definivano progressisti lo giudicavano più severamente rispetto ai conservatori. Quando però la stessa ostilità veniva collegata a Israele o alla guerra di Gaza, il giudizio dei liberal diventava sensibilmente più favorevole. Nei primi due esperimenti questo cambiamento è risultato statisticamente significativo, mentre tra i partecipanti conservatori non è emersa alcuna variazione rilevante.
Gli autori precisano che il lavoro non dimostra affatto che i progressisti siano mediamente più antisemiti dei conservatori. Anzi, in condizioni normali tendono a condannare con maggiore forza ogni forma di pregiudizio. Il punto centrale è un altro. Alcune cornici interpretative, soprattutto quelle che richiamano temi molto presenti nel dibattito pubblico progressista, sembrano attenuare la percezione dell’antisemitismo e renderlo, almeno in parte, socialmente tollerabile.
La ricerca ha analizzato anche un altro elemento interessante. I partecipanti liberal tendevano a percepire come politicamente più vicina a sé la persona che manifestava ostilità verso gli ebrei quando questa si richiamava ai diritti dei palestinesi. Secondo gli studiosi, questo senso di appartenenza ideologica potrebbe contribuire a ridurre il rigore con cui viene valutato il pregiudizio.
Non tutte le forme di antisemitismo producono però lo stesso effetto. Quando le affermazioni antiebraiche erano giustificate con le tradizionali teorie del complotto, con motivazioni religiose o razziali, le differenze tra progressisti e conservatori sostanzialmente scomparivano. È dunque il riferimento a Israele, più che l’antisemitismo in sé, a modificare la percezione di una parte degli intervistati.
Gli autori invitano a evitare letture ideologiche del loro lavoro. Il messaggio conclusivo è che l’antisemitismo conserva la propria natura anche quando assume il linguaggio dei diritti umani o della critica politica. Per contrastarlo, sostengono, occorre imparare a riconoscerlo anche quando si presenta sotto forme nuove e apparentemente più rispettabili. Una riflessione destinata ad alimentare il dibattito negli Stati Uniti, dove il confine tra critica legittima alle scelte del governo israeliano e ostilità nei confronti degli ebrei continua a rappresentare uno dei temi più controversi del confronto pubblico.