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Spagna e antisemitismo. Pamplona sotto assedio

I Sanfermines diventano il palcoscenico dell’odio tra slogan antispagnoli, simboli di Hamas, nostalgie dell’ETA e intimidazioni contro chi espone la bandiera nazionale

Sara Hernández Díez

Tempo di Lettura: 5 min
Spagna e antisemitismo. Pamplona sotto assedio

Ernest Hemingway lo scrisse esattamente un secolo fa nel suo celebre romanzo Fiesta (The Sun Also Rises, 1926): «A mezzogiorno di domenica sei luglio, la festa esplose. Non c’è altro modo per descriverlo». Così dovrebbero essere i Sanfermines di Pamplona, la festa più emblematica della Spagna: nove giorni in cui gli unici protagonisti dovrebbero essere il Santo, i tori e la musica e in cui la tradizione e la gioia dovrebbero procedere di pari passo con la fratellanza. Tuttavia, anche quest’anno, per l’ennesima volta, le strade della capitale dell’antico Regno di Navarra si sono tinte di qualcosa che va ben oltre il bianco degli abiti e il rosso dei fazzoletti. Slogan antispagnoli, scritte antisemite, manifestazioni di sostegno all’organizzazione terroristica Hamas – riconoscibili anche attraverso il suo ormai iconico triangolo rosso rovesciato – e striscioni a favore dei detenuti della banda terroristica ETA sono tornati a insozzare la città.

Il Consiglio Socialista di Euskal Herria (EHKS), una scissione del movimento abertzale che considera EH Bildu una formazione troppo “morbida”, finita nel mirino per i disordini alla Vuelta Ciclista a España del 2025 e attiva nel coordinamento della Flotilla della Libertà, ha approfittato dell’affollatissimo inizio delle feste, trasmesso in mezzo mondo, per esporre nella Plaza Consistorial di Pamplona i propri striscioni con gli slogan “Build Socialism” e “Destroy Israel”, oltre a una bandiera di Israele sbarrata, proclami indipendentisti e una lunghissima bandiera raffigurante l’ikurriña, spesso utilizzata come simbolo del separatismo basco.

Un‘immagine triste, quanto prevedibile, soprattutto se si ricorda che l’anno scorso i membri della piattaforma Yala Nafarroa por Palestina, abituali frequentatori anche delle marce a sostegno dei detenuti dell’ETA, avevano dato il via ai festeggiamenti al grido di «Free Palestine!».

La Spagna “progressista” e sanchista è il Paese delle contraddizioni, dove è lo Stato a decidere quale storia ricordare e come debba essere ricordata. Paradossalmente, nel Medioevo la comunità ebraica di Pamplona rappresentò un pilastro economico, medico e amministrativo fondamentale per lo sviluppo del Regno di Navarra, fino alla sua espulsione nel 1498. Lo stesso Regno di Navarra costituì la matrice dinastica da cui nacquero le corone di Castiglia e Aragona e svolse un ruolo decisivo nel 1512 per completare l’unificazione territoriale della Spagna e consolidarne la frontiera verso l’Europa.

Oggi, nel cuore della Navarra, comunità autonoma che non appartiene ai Paesi Baschi, durante i giorni in cui una città di poco più di 213.000 abitanti accoglie fino a un milione e mezzo di visitatori, balconi, negozi, piazze e strade vengono addobbati con bandiere palestinesi, ikurriñas e slogan come «Stop genocide», «Zionist not welcome», «Navarra non è della Spagna», «Spagnoli fuori» e messaggi a favore dell’amnistia per i detenuti dell’organizzazione terroristica basca.

Il sindaco della città, Joseba Asirón, della coalizione sovranista EH Bildu (Euskal Herriko Bildu), rivendica «una città aperta dove tutti hanno lo stesso diritto di camminare per strada liberi e con rispetto». La realtà, però, racconta altro. Gli slogan contro l’identità spagnola, israeliana ed ebraica dominano ormai molti angoli della città. La Spagna di Sánchez continua così a percorrere la strada dell’odio, mentre ai carnefici vengono concessi benefici e il sangue delle vittime viene ancora una volta sminuito.

Il 10 luglio 1997, giorno del sequestro di Miguel Ángel Blanco, assassinato dall’ETA 48 ore dopo il rapimento perché il governo non cedette al ricatto di avvicinare i detenuti al Paese Basco, tutta la Spagna si unì sotto il grido «Adesso basta». Da quel momento il terrorismo dell’ETA cessò di essere un problema confinato al nord del Paese, ai politici, agli imprenditori o ai giornalisti. Tutta la Spagna scese in strada. I cittadini offrirono simbolicamente la propria nuca e abbracciarono i poliziotti affinché non fossero gli unici costretti a vivere nella paura. Un popolo che seppe unirsi e vincere la paura.

E oggi? Il 10 luglio 2026, nella Plaza de Toros di Pamplona, sono comparsi striscioni con le scritte «Puta España» e «Puta Selección». In quello stesso luogo, così profondamente legato alla tradizione spagnola, il pubblico ha difeso un ragazzo al quale alcuni radicali cercavano di strappare la bandiera della Spagna.

Un altro uomo è stato minacciato in un bar di Pamplona per aver indossato la maglia della nazionale, giudicata una provocazione dai gruppi radicali presenti nel locale. La risposta del Comune non potrebbe essere più emblematica: nessun maxischermo pubblico è stato installato per consentire ai cittadini di seguire le partite della nazionale.

Purtroppo, questa è l’aria che si respira non solo a Pamplona. L’associazione giovanile Ernai, legata a Sortu, ha diffuso sui social network il video di un’azione vandalica nella quale diversi giovani con il volto coperto fanno irruzione in negozi di articoli sportivi a Pamplona, Vitoria e Bilbao per sottrarre le maglie della nazionale spagnola di calcio, lanciando messaggi a favore della selezione basca.

Ventinove anni fa la Spagna dimostrò che l’unione fa la forza. Quanto dovrà ancora attendere l’Unione Europea prima di schierarsi al fianco degli spagnoli che oggi non possono esporre serenamente la propria bandiera nazionale? Quale sicurezza può offrire la Spagna del progresso a un ebreo?