Un accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita sul nucleare civile può aiutare a contenere l’influenza cinese su un’area centrale per gli equilibri mondiali, evitando peraltro che Riyad finisca per affidarsi sempre più all’asse di sicurezza che si sta delineando con Pakistan e Turchia, due Paesi importanti per gli equilibri strategici occidentali, anche se inclini a perseguire proprie politiche di influenza in aree tutt’altro che secondarie dello scenario internazionale.
È evidente, però, come l’intesa saudita-americana sul nucleare apra un rilevante problema per la sicurezza di Israele. È dunque opportuna la scelta dell’amministrazione Trump di proporre di legare l’accordo sul nucleare “civile” saudita a un consolidamento degli Accordi di Abramo.
È però noto come Mohammed bin Salman non sia oggi nelle condizioni politiche di procedere alla normalizzazione dei rapporti con Israele senza progressi sostanziali verso una soluzione della questione palestinese. D’altra parte, lo Stato ebraico non può oggi raggiungere un accordo per la creazione di un’entità statuale palestinese senza la garanzia che questa scelta non prepari nuove trame terroristiche, come è avvenuto nei decenni successivi agli accordi che hanno introdotto forme di autogoverno palestinese in Cisgiordania e Gaza.
L’intreccio delle diverse questioni in ballo – qui rapidamente accennate: centralità dei rapporti con Riyad, sicurezza di Israele, autonomia statuale palestinese, prevenzione di nuove ondate di terrorismo jihadista – dimostra come l’azione dell’amministrazione americana, pur spesso preziosa e orientata a scelte in qualche misura condivisibili, abbia difficoltà, a causa di diversi fattori storici e culturali, ad agire sulla base di un’articolata strategia politica. E ciò in presenza di uno scenario internazionale segnato da due guerre e da squilibri che possono generare da un momento all’altro nuove crisi.
Questo stato di cose offre all’Unione europea la possibilità di svolgere un ruolo di integrazione dell’azione di Washington che ne contenga i deficit strategici. Donald Trump, lamentando lo scarso sostegno europeo nella guerra contro l’Iran, dimentica i suoi atteggiamenti unilaterali e talvolta sciaguratamente provocatori che hanno accompagnato le sue scelte di politica estera. Di fatto, però, riconosce come avrebbe bisogno di una partecipazione più attiva degli europei anche nello scenario mediorientale.
In effetti, gli Stati membri dell’Ue sono nelle condizioni di giocare un ruolo interessante nell’affrontare le impasse strategiche di cui si scrive: alcune ambiguità verso Israele, pur spesso non encomiabili e particolarmente negative nel caso spagnolo, offrono alle capitali europee possibilità di mediazione e collaborazione con i Paesi interessati della Lega araba; le possibili aperture dell’Ue alla Turchia possono aiutare a governare i rapporti con Ankara; in una situazione nella quale anche fattori di politica interna limitano i margini d’impiego delle forze armate americane, navi e militari degli Stati europei possono alleggerire la pressione sugli Stati Uniti, come dimostra, per esempio, la questione della sicurezza nel Mar Rosso.
Certo, alcune velleità microimperialiste francesi hanno spesso limitato la capacità d’intervento europeo, ma le minacce di una grave crisi economica che un ulteriore peggioramento della situazione mediorientale potrebbe provocare dovrebbero favorire un intervento coordinato degli Stati che aderiscono all’Ue, con l’obiettivo di definire un accordo per la sicurezza comune degli Stati della Penisola arabica e di Israele, anche a protezione dalle aggressioni e dalle sovversioni che il regime iraniano e i suoi proxy continuano a organizzare.
Nell’ambito di questo accordo si dovrebbe definire un patto per la pacificazione del Libano con il disarmo di Hezbollah e l’avvio di un processo per la costituzione di un’entità statuale palestinese, smilitarizzata per almeno un decennio, con le funzioni di sicurezza e polizia esercitate pro tempore da una forza multinazionale euro-araba e dotata di una costituzione che proibisca la propaganda antisraeliana.