Israele e Libano hanno concordato una lista di quattro Paesi che potrebbero partecipare al nuovo meccanismo internazionale incaricato di verificare il disarmo di Hezbollah. Sono Regno Unito, Italia, Svizzera e Indonesia. Le trattative sono ancora in una fase preliminare e nessun dispiegamento militare è stato deciso, tuttavia l’intesa sulla rosa dei possibili partecipanti rappresenta un passaggio importante nei negoziati mediati dagli Stati Uniti per trasformare la tregua in un assetto stabile nel Libano meridionale.
La questione decisiva è la verifica. Israele vuole garanzie concrete che le zone dichiarate libere dalle armi e dalle infrastrutture di Hezbollah lo siano realmente e che lo smantellamento non rimanga affidato alle sole comunicazioni dell’esercito libanese. Il nuovo dispositivo potrebbe quindi contribuire alla progettazione delle procedure di controllo, fornire personale specializzato e, secondo le ipotesi allo studio, schierare militari incaricati di partecipare alle ispezioni.
Il nodo è particolarmente delicato nei villaggi del sud del Paese, dove depositi, postazioni e altre strutture militari di Hezbollah sono stati per anni inseriti nel tessuto civile. L’esercito libanese ha assunto un ruolo crescente nel controllo dell’area, incontrando però difficoltà quando le verifiche richiedono l’accesso a proprietà private. Entrare nelle abitazioni senza un mandato rischia di provocare incidenti con la popolazione e di alimentare tensioni interne in una fase già fragile.
Secondo Reuters, il meccanismo dovrebbe inizialmente essere sperimentato in alcune «zone pilota». Il principio discusso nei negoziati lega due processi che devono avanzare parallelamente: la progressiva eliminazione della presenza armata di Hezbollah e il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Per Gerusalemme, dunque, la possibilità di verificare direttamente attraverso una terza parte quanto avviene sul terreno costituisce una condizione essenziale per procedere con ulteriori ritiri.
La presenza dell’Italia nella lista ha una sua logica. Roma possiede una lunga esperienza militare nel Paese, dove il contingente italiano ha costituito per anni una delle componenti più importanti dell’UNIFIL. Anche Londra dispone delle capacità militari e tecniche necessarie per contribuire a un sistema di monitoraggio. Più particolare appare la presenza della Svizzera, tradizionalmente neutrale, e dell’Indonesia, Paese musulmano privo di relazioni diplomatiche con Israele ma con una lunga esperienza nelle missioni di pace delle Nazioni Unite.
A sorprendere è soprattutto il nome che manca. La Francia, potenza europea storicamente più legata al Libano e protagonista della diplomazia sul Paese, non compare tra i quattro Stati concordati da Beirut e Gerusalemme. Sul futuro pesa la progressiva conclusione della missione UNIFIL. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ne ha prorogato il mandato fino alla fine del 2026, prevedendo successivamente un processo di ritiro. Dopo quasi mezzo secolo di presenza, il modello dei caschi blu è quindi destinato a lasciare spazio a una nuova architettura di sicurezza nella quale l’esercito libanese dovrebbe assumere una responsabilità molto maggiore.
È qui che il progetto assume una dimensione politica ancora più importante. Il disarmo di Hezbollah significa affrontare una questione rimasta irrisolta per decenni, quella dell’esistenza in Libano di una forza armata autonoma, dotata di missili, combattenti e strutture militari proprie, capace di decidere autonomamente l’apertura di un fronte con Israele.
Il successo del nuovo meccanismo dipenderà quindi molto meno dal numero dei militari stranieri schierati che dalla possibilità di effettuare verifiche credibili e di garantire che un’area dichiarata disarmata rimanga tale. È su questo terreno che si misurerà la capacità dello Stato libanese di recuperare pienamente la propria sovranità e quella di Israele di accettare, in cambio di garanzie verificabili, il progressivo ritiro delle proprie forze. Dopo anni di guerra lungo il confine, la partita decisiva potrebbe giocarsi proprio sulla possibilità di trasformare una tregua sorvegliata in un confine finalmente controllato.