Quarantaquattro ragazzi israeliani, ventiquattro arabi e venti ebrei, hanno trascorso insieme alcuni giorni giocando a calcio, dormendo nello stesso centro, imparando parole nella lingua degli altri e scoprendo quanto possa cambiare un rapporto quando l’incontro prende il posto della distanza. È accaduto a Givat Haviva, nel nord di Israele, dove alla fine di luglio è tornato il “Soccer for Peace Camp”, un progetto nato dieci anni fa e sospeso dopo il massacro del 7 ottobre 2023.
La ripresa ha un significato particolare proprio perché arriva dopo quasi tre anni nei quali la guerra e le sue conseguenze hanno reso più profonda la frattura tra la maggioranza ebraica e la minoranza araba del Paese. Il progetto, avviato nel 2016, parte da un dato elementare della società israeliana. Ragazzi che abitano a pochi chilometri di distanza possono crescere senza avere praticamente alcun rapporto fra loro. Frequentano scuole diverse, vivono in comunità diverse, parlano prevalentemente lingue diverse e spesso il primo incontro vero con l’altra parte arriva soltanto all’università o sul posto di lavoro.
Givat Haviva lavora da decenni precisamente su questa distanza. Fondato nel 1949, il centro promuove programmi educativi comuni, corsi di lingua, iniziative culturali e attività destinate a mettere in contatto cittadini arabi ed ebrei. Il suo Centro ebraico-arabo per la pace è una delle più antiche istituzioni israeliane impegnate in questo campo e coinvolge ogni anno migliaia di studenti, insegnanti e operatori sociali.
Il calcio si è rivelato uno degli strumenti più immediati. Già nelle prime edizioni del campo ragazzi provenienti, fra le altre località, da Pardes Hanna-Karkur, Barta’a, Baqa al-Gharbiyye e Kafr Qara venivano divisi in squadre miste. L’esperimento funzionava proprio perché sul terreno di gioco la necessità di passare il pallone, capire il compagno e costruire un’azione precedeva qualsiasi discussione sulle rispettive identità.
Quest’anno il programma è stato accompagnato da lezioni linguistiche incrociate. I ragazzi arabi hanno imparato termini calcistici in ebraico, quelli ebrei le stesse parole in arabo. A questo si sono aggiunti incontri sulle festività e sulle tradizioni delle due comunità, momenti di dialogo e attività fuori dal campo. Il calcio, insomma, fornisce il terreno comune dal quale cominciare; il resto avviene durante i pasti, nelle camere, durante una gita o nelle ore trascorse insieme.
È un lavoro che acquista un peso diverso dopo il 7 ottobre. Givat Haviva ha dovuto ripensare profondamente la propria attività dopo l’attacco di Hamas. Il suo campus accolse anche centinaia di sfollati dalle comunità israeliane colpite dalla guerra e i programmi congiunti attraversarono una fase delicatissima. Il centro ha successivamente ripreso e adattato le iniziative dedicate alla convivenza, partendo dalla consapevolezza che paura, lutto e diffidenza erano ormai entrati direttamente nelle relazioni fra le due comunità.
Anche il campo di calcio ha seguito questo percorso. Dopo l’interruzione successiva al 7 ottobre, l’attività è ripresa nel 2025 e quest’anno ha coinvolto quattro allenatori, due ebrei e due arabi. Convincere le famiglie resta una delle difficoltà principali. I genitori chiedono garanzie, vogliono conoscere il programma, osservano con attenzione chi incontreranno i figli. Proprio per questo la decisione di mandarli al campo assume un valore che va oltre lo sport.
Alla fine, però, sono spesso i ragazzi a ridimensionare paure costruite altrove. Durante una partita, un giovane arabo ha servito il pallone a un compagno ebreo che ha segnato. I due sono corsi l’uno verso l’altro e si sono abbracciati. In un’altra occasione ragazzi che inizialmente erano stati sistemati in camere separate hanno finito per trascorrere insieme le serate, passando spontaneamente da una stanza all’altra.
Il prossimo passo porterà l’esperimento fuori da Israele. Il 23 agosto diciotto partecipanti, nove ebrei e nove arabi, partiranno con due allenatori per un campo di formazione a San Marino. È una piccola delegazione e nessuno a Givat Haviva pretende che un pallone possa risolvere conflitti che attraversano politica, identità e storia. L’ambizione è più concreta. Fare in modo che un ragazzo ebreo e uno arabo si conoscano prima che qualcuno abbia insegnato loro a considerarsi estranei. E magari scoprano, mentre aspettano un passaggio davanti alla porta, che giocare nella stessa squadra è molto meno difficile di quanto gli adulti abbiano fatto credere.