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Dentro le gallerie di Hezbollah dove Israele combatte la guerra invisibile

Un comandante dell’unità speciale Yahalom racconta come vengono individuati e distrutti i tunnel costruiti dal movimento sciita con il sostegno dell’Iran

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Dentro le gallerie di Hezbollah dove Israele combatte la guerra invisibile

La rete sotterranea di Hezbollah continua a rappresentare uno degli obiettivi strategici dell’esercito israeliano. A raccontare come si combatte questa guerra nascosta, lontana dagli occhi dell’opinione pubblica, è un ufficiale della speciale unità del genio militare Yahalom, impegnata da mesi nella localizzazione, nella bonifica e nella distruzione delle infrastrutture sotterranee realizzate nel Libano meridionale. Un sistema complesso, sviluppato nel corso di anni con il contributo tecnico e finanziario dell’Iran, che secondo le Forze di difesa israeliane costituisce uno degli strumenti principali della capacità offensiva di Hezbollah.

L’ufficiale, intervistato dal sito israeliano Walla, descrive un lavoro che inizia molto prima dell’ingresso nelle gallerie. Individuare un tunnel richiede infatti un’attività di intelligence nella quale convergono immagini aeree, ricognizioni sul terreno, intercettazioni e analisi di informazioni raccolte nel tempo. Ogni scoperta apre però una fase ancora più delicata, perché l’accesso avviene quasi sempre attraverso percorsi alternativi. Gli ingressi originari possono essere minati oppure risultare ostruiti dai bombardamenti effettuati nei mesi precedenti.

Una volta all’interno, i militari si trovano davanti a strutture che, in alcuni casi, hanno dimensioni sorprendenti. Secondo quanto riferito dal comandante, alcune gallerie raggiungono oltre tre metri di altezza e sono dotate di pesanti porte blindate, capaci di resistere alle esplosioni e di compartimentare l’intera rete. Per avanzare è necessario rimuovere ostacoli che pesano diverse tonnellate, utilizzando mezzi d’ingegneria appositamente adattati per operare sottoterra.

Le difficoltà non sono soltanto tecniche. I tunnel sono ambienti estremamente ostili, saturi di umidità, privi di ventilazione naturale e spesso invasi da rifiuti, insetti e materiali contaminati. Per questa ragione gli operatori entrano con protezioni integrali e respiratori, mentre in superficie resta costantemente pronto un reparto specializzato nel soccorso, incaricato di intervenire qualora si verifichino crolli, esplosioni o incidenti durante le operazioni.

Secondo l’esercito israeliano, le gallerie non servono esclusivamente come rifugi. Molte sono state progettate come vere basi operative permanenti, complete di impianti elettrici, generatori, riserve d’acqua, viveri sufficienti per settimane o mesi e locali destinati allo stoccaggio delle armi. Alcune ospiterebbero anche officine per l’assemblaggio di droni, depositi di esplosivi e centri di comando collegati alle postazioni di osservazione distribuite sulle alture che dominano il confine con Israele.

L’obiettivo finale delle operazioni è la distruzione completa di queste infrastrutture. Si tratta di una fase logisticamente molto complessa, che richiede il trasporto di enormi quantità di esplosivo in aree ancora esposte al fuoco nemico, ai droni e ai missili anticarro. Soltanto dopo avere verificato che il percorso sia stato interamente bonificato, gli artificieri procedono al collocamento delle cariche che provocano il collasso definitivo delle gallerie.

L’esperienza maturata durante la guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza ha accelerato ulteriormente l’evoluzione delle capacità israeliane nella guerra sotterranea. Yahalom, nata come unità altamente specializzata nello sminamento e nella neutralizzazione degli ordigni esplosivi, ha ampliato il proprio raggio d’azione fino a diventare il principale centro di competenza dell’IDF per il combattimento nel sottosuolo, sviluppando tecnologie, procedure e dottrine oggi considerate essenziali anche in vista di futuri scenari operativi.

Per Israele, la neutralizzazione della rete scavata da Hezbollah rappresenta infatti molto più della distruzione di singole opere d’ingegneria. L’obiettivo dichiarato è smantellare un’infrastruttura costruita in quasi vent’anni per consentire al movimento sciita di proteggere uomini e armamenti, coordinare le proprie operazioni e mantenere la capacità di colpire il territorio israeliano anche durante un conflitto prolungato. È una battaglia silenziosa, combattuta centinaia di metri sotto terra, destinata a incidere in modo significativo sull’equilibrio militare lungo il confine settentrionale di Israele.