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Dal Salento a Israele, la rotta dell’Aliyàh Bet

Dopo la Shoah, migliaia di profughi ebrei trovarono rifugio a Santa Maria al Bagno prima della partenza verso la Palestina. I murales di Zvi Miller raccontano ancora oggi una straordinaria pagina della storia del sionismo e della rinascita ebraica

Giuliana Iurlano

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Dal Salento a Israele, la rotta dell'Aliyàh Bet

La presenza ebraica nel Salento è attestata soprattutto nel periodo medievale e fino al decreto di espulsione dei sovrani spagnoli. Da allora, molti ebrei furono costretti a convertirsi, molti altri a fuggire nelle isole greche o in altri paesi più tolleranti. Di loro non rimase traccia nella penisola salentina, salvo che in qualche antica abitudine ebraica sopravvissuta al tempo, come l’abitudine di impastare il pane il venerdì sera, di cui non si conosce nemmeno più la motivazione. Eppure, dopo la terribile tragedia della Shoah, il Salento ha rivissuto una fase di presenza ebraica nel campo n. 34 delle Displaced Persons di Santa Maria al Bagno dal 1944 al 1947, fino al momento del trasferimento nella Terra Promessa.

Inizialmente, della loro presenza si conosceva soltanto l’esistenza di tre murales (ora restaurati e trasferiti nel Museo della Memoria e dell’Accoglienza di Santa Maria al Bagno) e di alcune scaramucce sorte con la popolazione locale, privata delle case al mare per ospitare gli ebrei, tensioni attestate dalla locale Prefettura. In realtà, gli scontri durarono molto poco perché ci fu un’intensa relazione e collaborazione tra i neretini (gli abitanti di Nardò e delle sue marine) e i profughi ebrei. I murales, dipinti nel 1946, sono opera di un profugo ebreo rumeno, Zvi Miller, che li realizzò nella cosiddetta “Casina rossa”, utilizzata come luogo di ritrovo e di riunione dei militanti del Betar, l’organizzazione sionista di destra, così chiamata dall’acronimo Berit Yosef Trumpeldor (Patto/Lega di Yosef Trumpeldor), e fondata dai seguaci di Vladimir Jabotinsky.

Come emerge dall’osservazione dei murales di Santa Maria al Bagno, il movimento degli ebrei approdati nel Salento era sicuramente nazionalista; esso sperava nella realizzazione di un “grande” Stato di Israele (comprendente anche l’attuale territorio della Giordania) e dotato di un esercito con proprie uniformi militari. Il Betar, del resto, riteneva legittimo il ricorso alle armi per riconquistare Èretz Israel e difenderlo a qualunque costo. Al centro vi è una grande stella di Davide (magèn David) con il candelabro a sette bracci (menorà), circondato da un grande sole con la scritta ebraica “Tel Hay” (“collina della vita”). A sinistra e a destra compaiono due soldati armati della Brigata Ebraica, a presidio dei simboli ebraici. Sulla base dell’altare si legge, in ebraico, “Al hamishmàr” (“In guardia”).

Se il primo dei murales evidenzia il nazionalismo ebraico, gli altri due, invece, rappresentano l’esodo verso la Terra d’Israele e l’opposizione al governo mandatario della Gran Bretagna in Palestina. Il secondo murale mostra la forma dell’Italia, attraversata da Nord a Sud da una freccia, con la scritta ebraica “galùt” (“diaspora”), che indica la direzione di fuga degli ebrei scampati alla Shoah, mentre nell’Italia settentrionale e nel Nord Europa si intravedono lunghe linee di filo spinato. Si comprende, allora, che la salvezza passa dal Sud dell’Italia e una lunga coda di ebrei con cartelli in mano attraversa una porta a forma di magèn David lungo la quale passa il fiume Giordano (l’ideologia del “Grande Israele”), dietro il quale c’è il sole nascente, visto che l’ideologia di molti ebrei che partirono per Israele era quella del socialismo del kibbutz.

Nel terzo murale si vede una donna con due bambini, uno in braccio e l’altro tenuto per mano, che pronuncia la frase ebraica “Pithù she’arày” (“Aprite le mie porte”), rivolta verso un soldato inglese di guardia davanti a una sbarra che impedisce il passaggio verso la Terra Promessa, rappresentata come una fortezza da cui si alzano bandiere con la scritta “Tel Hay”.

L’autore dei murales, Zvi Miller, aveva perso ad Auschwitz tutta la sua famiglia e a Santa Maria al Bagno conobbe una giovane, Giulia My, che si convertì e lo sposò, seguendolo in Israele.