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BOICOTTA QUESTO. Una nuova strada contro l’Alzheimer

Uno studio del Weizmann Institute mostra risultati incoraggianti nei primi test clinici e propone un approccio diverso rispetto alle terapie oggi disponibili

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
BOICOTTA QUESTO. Una nuova strada contro l'Alzheimer

Una ricerca israeliana potrebbe cambiare il modo in cui si affronta una delle malattie neurodegenerative più diffuse e devastanti del nostro tempo. I primi risultati di una sperimentazione clinica pubblicati sulla rivista Nature Medicine indicano infatti che intervenire sul sistema immunitario, anziché agire direttamente sul cervello per eliminare le placche di amiloide, potrebbe rappresentare una nuova strategia terapeutica contro l’Alzheimer. Lo studio, ancora in una fase iniziale, ha coinvolto quaranta pazienti e ha dimostrato che il trattamento è sicuro e produce effetti biologici coerenti con l’obiettivo prefissato, aprendo la strada a studi clinici molto più ampi.

Alla base della ricerca c’è il lavoro della professoressa Michal Schwartz, neuroscienziata del Weizmann Institute of Science e premio Israele per le Scienze della vita, che da oltre vent’anni mette in discussione uno dei dogmi storici della neurologia. Per decenni si è ritenuto che il cervello fosse sostanzialmente isolato dal sistema immunitario e che la presenza di cellule immunitarie rappresentasse esclusivamente il segnale di un danno. Gli studi di Schwartz hanno invece dimostrato che il corretto funzionamento del cervello dipende anche da una costante collaborazione con il sistema immunitario, soprattutto durante l’invecchiamento.

Questa intuizione ha portato allo sviluppo di un trattamento completamente diverso rispetto ai farmaci oggi disponibili. Le due terapie attualmente approvate in diversi Paesi occidentali, come il lecanemab e il donanemab, puntano a ridurre gli accumuli della proteina beta-amiloide, considerati uno dei segni distintivi dell’Alzheimer. Pur avendo mostrato la capacità di rallentare, entro limiti contenuti, il declino cognitivo in alcuni pazienti, non arrestano l’evoluzione della malattia e richiedono un attento monitoraggio per possibili effetti collaterali.

Il gruppo israeliano ha scelto un’altra strada. L’idea è quella di rimuovere temporaneamente uno dei meccanismi che frenano l’attività del sistema immunitario, consentendogli di recuperare parte della sua efficienza e di sostenere i processi di riparazione del cervello. Il farmaco sperimentale, denominato IBC-Ab002 e sviluppato dalla società ImmunoBrain, non resta nell’organismo a lungo, ma produce un effetto che continua nel tempo, tanto che i pazienti hanno ricevuto soltanto quattro somministrazioni nell’arco di un anno.

Lo studio di fase iniziale è stato condotto in undici centri clinici tra Israele, Regno Unito e Paesi Bassi. I ricercatori non cercavano ancora prove di un miglioramento della memoria o delle capacità cognitive, obiettivi che appartengono alle fasi successive della sperimentazione, bensì volevano verificare la sicurezza del trattamento e la sua attività biologica. I risultati hanno mostrato una buona tollerabilità in tutti i dosaggi testati e, soprattutto nel gruppo che ha ricevuto la dose più elevata, una riduzione di biomarcatori associati al danno neuronale e alla compromissione delle sinapsi, le strutture attraverso cui i neuroni comunicano.

Si tratta di segnali incoraggianti, che però richiedono prudenza. Quaranta pazienti costituiscono un campione troppo limitato per stabilire se la terapia sia davvero in grado di rallentare il declino cognitivo o modificare il decorso della malattia. Per ottenere risposte affidabili serviranno studi di fase avanzata, con un numero molto maggiore di partecipanti e un periodo di osservazione più lungo.

L’interesse della comunità scientifica nasce anche dal potenziale impatto futuro di questo approccio. Se i risultati verranno confermati, il trattamento potrebbe essere utilizzato nelle fasi più precoci della malattia o persino prima della comparsa dei sintomi clinici, quando i processi patologici sono già iniziati ma il deterioramento cognitivo non è ancora evidente. È proprio in quella finestra temporale che molti specialisti ritengono si giochi la possibilità di cambiare realmente la storia naturale dell’Alzheimer.

L’invecchiamento della popolazione rende questa prospettiva particolarmente significativa. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, decine di milioni di persone convivono oggi con una forma di demenza e l’Alzheimer rappresenta circa il 60-70 per cento dei casi.

Individuare terapie capaci di rallentarne l’evoluzione rimane una delle principali sfide della medicina contemporanea. La ricerca israeliana non offre ancora una risposta definitiva, ma indica una direzione nuova e scientificamente solida, destinata a essere seguita con grande attenzione nei prossimi anni.




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