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BOICOTTA QUESTO. La robotica da speranza ai pazienti più difficili

Uno studio israeliano dimostra le potenzialità della robotica nella cura delle ernie addominali complesse, riducendo i tempi di ricovero e favorendo il recupero

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
BOICOTTA QUESTO. La robotica da speranza ai pazienti più difficili
Iimmagine generata con AI

Trentanove interventi chirurgici complessi, tutti completati con successo attraverso un sistema robotico, senza dover ricorrere alla chirurgia tradizionale e con la maggior parte dei pazienti dimessa dopo appena un giorno. È il risultato di una ricerca israeliana pubblicata sulla rivista scientifica Hernia, che apre prospettive incoraggianti per il trattamento di alcune delle forme più difficili di ernia addominale.

Lo studio è stato guidato dal dottor Michael Freund, dell’Università Ebraica di Gerusalemme e dello Shaare Zedek Medical Center, sotto la supervisione del professor David Hazzan del Raphael Hospital, in collaborazione con lo Sheba Medical Center e l’Università di Tel Aviv.

Le ernie della parete addominale laterale rappresentano una sfida particolarmente delicata per i chirurghi. Si sviluppano lungo i fianchi, in prossimità delle costole e del bacino, dove la presenza di muscoli, nervi e vasi sanguigni rende difficile intervenire senza danneggiare le strutture circostanti. Molti pazienti, inoltre, hanno già subito operazioni ai reni, all’intestino o alla colonna vertebrale, che possono aver lasciato cicatrici e alterazioni anatomiche.

La chirurgia robotica permette di affrontare queste difficoltà con una precisione superiore a quella consentita dagli strumenti laparoscopici convenzionali. Il chirurgo opera attraverso piccole incisioni, utilizzando bracci articolati capaci di movimenti estremamente raffinati e una visione tridimensionale ingrandita del campo operatorio. Può così raggiungere zone difficilmente accessibili, riparare il difetto della parete addominale e collocare una rete di rinforzo dietro il muscolo.
Nei 39 casi esaminati dai ricercatori israeliani, nessun intervento ha richiesto la conversione alla chirurgia aperta e durante il periodo di osservazione non sono state registrate recidive. Due pazienti hanno sviluppato un’ostruzione intestinale che ha reso necessario un ulteriore intervento laparoscopico, concluso in entrambi i casi senza resezioni intestinali. La maggioranza dei pazienti ha riferito un dolore postoperatorio contenuto e ha recuperato rapidamente.

Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Lo studio è retrospettivo, riguarda un numero relativamente limitato di pazienti e richiederà ulteriori verifiche, soprattutto per valutare i risultati a lungo termine. I dati ottenuti, tuttavia, indicano una strada promettente per interventi che fino a pochi anni fa comportavano procedure più invasive e degenze prolungate.

Ed eccoci al nostro consueto invito al boicottaggio. Chi ritiene che Israele debba essere escluso dalla comunità scientifica internazionale potrà naturalmente chiedere che queste tecniche, sviluppate e perfezionate anche grazie ai ricercatori israeliani, vengano accuratamente tenute lontane dalle nostre sale operatorie. Magari predisponendo un’apposita dichiarazione da firmare prima dell’intervento, con la quale il paziente si impegna a rifiutare qualsiasi contributo proveniente dallo Stato ebraico.

Sarebbe un modo per dimostrare che certi principi valgono davvero, soprattutto quando a pagarne il prezzo è la propria salute. Naturalmente, il giorno in cui dovessero trovarsi su un tavolo operatorio, anche i più inflessibili sostenitori del boicottaggio potrebbero scoprire che una tecnologia capace di alleviare il dolore e abbreviare la convalescenza merita qualche eccezione ideologica. In fondo, si sa, la coerenza è una virtù meravigliosa. Specialmente quando a praticarla sono gli altri.