Trentanove interventi chirurgici complessi, tutti completati con successo attraverso un sistema robotico, senza dover ricorrere alla chirurgia tradizionale e con la maggior parte dei pazienti dimessa dopo appena un giorno. È il risultato di una ricerca israeliana pubblicata sulla rivista scientifica Hernia, che apre prospettive incoraggianti per il trattamento di alcune delle forme più difficili di ernia addominale.
Lo studio è stato guidato dal dottor Michael Freund, dell’Università Ebraica di Gerusalemme e dello Shaare Zedek Medical Center, sotto la supervisione del professor David Hazzan del Raphael Hospital, in collaborazione con lo Sheba Medical Center e l’Università di Tel Aviv.
Le ernie della parete addominale laterale rappresentano una sfida particolarmente delicata per i chirurghi. Si sviluppano lungo i fianchi, in prossimità delle costole e del bacino, dove la presenza di muscoli, nervi e vasi sanguigni rende difficile intervenire senza danneggiare le strutture circostanti. Molti pazienti, inoltre, hanno già subito operazioni ai reni, all’intestino o alla colonna vertebrale, che possono aver lasciato cicatrici e alterazioni anatomiche.
La chirurgia robotica permette di affrontare queste difficoltà con una precisione superiore a quella consentita dagli strumenti laparoscopici convenzionali. Il chirurgo opera attraverso piccole incisioni, utilizzando bracci articolati capaci di movimenti estremamente raffinati e una visione tridimensionale ingrandita del campo operatorio. Può così raggiungere zone difficilmente accessibili, riparare il difetto della parete addominale e collocare una rete di rinforzo dietro il muscolo.
Nei 39 casi esaminati dai ricercatori israeliani, nessun intervento ha richiesto la conversione alla chirurgia aperta e durante il periodo di osservazione non sono state registrate recidive. Due pazienti hanno sviluppato un’ostruzione intestinale che ha reso necessario un ulteriore intervento laparoscopico, concluso in entrambi i casi senza resezioni intestinali. La maggioranza dei pazienti ha riferito un dolore postoperatorio contenuto e ha recuperato rapidamente.
Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Lo studio è retrospettivo, riguarda un numero relativamente limitato di pazienti e richiederà ulteriori verifiche, soprattutto per valutare i risultati a lungo termine. I dati ottenuti, tuttavia, indicano una strada promettente per interventi che fino a pochi anni fa comportavano procedure più invasive e degenze prolungate.
Ed eccoci al nostro consueto invito al boicottaggio. Chi ritiene che Israele debba essere escluso dalla comunità scientifica internazionale potrà naturalmente chiedere che queste tecniche, sviluppate e perfezionate anche grazie ai ricercatori israeliani, vengano accuratamente tenute lontane dalle nostre sale operatorie. Magari predisponendo un’apposita dichiarazione da firmare prima dell’intervento, con la quale il paziente si impegna a rifiutare qualsiasi contributo proveniente dallo Stato ebraico.
Sarebbe un modo per dimostrare che certi principi valgono davvero, soprattutto quando a pagarne il prezzo è la propria salute. Naturalmente, il giorno in cui dovessero trovarsi su un tavolo operatorio, anche i più inflessibili sostenitori del boicottaggio potrebbero scoprire che una tecnologia capace di alleviare il dolore e abbreviare la convalescenza merita qualche eccezione ideologica. In fondo, si sa, la coerenza è una virtù meravigliosa. Specialmente quando a praticarla sono gli altri.

