Curare un astronauta a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra significa prepararsi a fare a meno di quasi tutto ciò che rende possibile la medicina moderna, dall’ospedale allo specialista raggiungibile in pochi minuti. È su questa frontiera che la NASA sta aprendo nuove opportunità alla ricerca israeliana, chiamata a contribuire allo sviluppo delle tecnologie necessarie per la futura presenza umana sulla Luna.
Il passaggio dalle brevi missioni Apollo a una permanenza prolungata sul suolo lunare cambia infatti radicalmente il problema. Il programma Artemis punta alla costruzione di una presenza stabile nell’area del polo sud e la NASA ha già avviato programmi per studiare gli effetti delle missioni nello spazio profondo sulla salute e sulle capacità operative degli equipaggi. Israele, che ha aderito agli Accordi Artemis nel 2022, dispone di competenze particolarmente avanzate in alcuni dei settori destinati a diventare cruciali, dalla telemedicina ai sensori indossabili, dalla diagnostica assistita dall’intelligenza artificiale alla protezione dalle radiazioni.
Sulla Luna l’organismo umano dovrà affrontare condizioni che l’esperienza maturata sulla Stazione spaziale internazionale consente di comprendere soltanto in parte. Fuori dall’orbita terrestre bassa viene meno gran parte della protezione offerta dal campo magnetico della Terra e cresce l’esposizione alle radiazioni cosmiche e alle particelle solari. A questo si aggiungono la gravità lunare, pari a circa un sesto di quella terrestre, l’isolamento e la polvere finissima della superficie, capace di insinuarsi nelle apparecchiature e potenzialmente pericolosa per l’apparato respiratorio.
La distanza rende inoltre decisiva l’autonomia sanitaria degli equipaggi. Un’emergenza grave sulla Luna non permette un’evacuazione immediata e, pensando già alle future missioni verso Marte, anche l’assistenza in tempo reale dalla Terra diventerà progressivamente più difficile. Servono quindi strumenti capaci di controllare continuamente i parametri fisiologici, individuare precocemente un problema e aiutare gli astronauti a formulare una diagnosi e a intervenire con risorse limitate. Sono campi nei quali università, centri di ricerca e aziende israeliane hanno sviluppato negli ultimi anni tecnologie con applicazioni civili e militari.
Un esempio concreto è già arrivato nello spazio. Il giubbotto protettivo AstroRad, sviluppato dall’azienda israeliana StemRad insieme a partner internazionali, è stato sperimentato durante Artemis I nel 2022. Una delle due sagome antropomorfe utilizzate per misurare l’esposizione alle radiazioni, chiamata Zohar, indossava il dispositivo, mentre l’altra, Helga, viaggiava senza quella protezione. I risultati scientifici pubblicati nell’agosto 2026 su Science Advances indicano che, in presenza di tempeste solari particolarmente intense, il sistema potrebbe ridurre sensibilmente la dose assorbita dagli organi più vulnerabili, arrivando in alcuni scenari a circa il 60 per cento.
La collaborazione sta intanto allargandosi. A luglio la Israel Space Agency ha annunciato l’apertura ai ricercatori israeliani della settima edizione di STAR, Spaceflight Technology, Applications and Research, il programma della NASA dedicato alla preparazione di scienziati che lavorano nelle scienze biologiche e mediche applicate allo spazio. Possono partecipare ricercatori provenienti dall’università, da enti pubblici e da aziende private, nell’ambito della cooperazione resa possibile dagli Accordi Artemis.
La Luna, in questa prospettiva, diventa anche un gigantesco laboratorio per tecnologie destinate a tornare sulla Terra. Sistemi capaci di seguire a distanza un paziente, diagnosticare rapidamente una patologia o consentire interventi medici in condizioni di isolamento possono essere utilizzati nelle regioni prive di strutture sanitarie, nelle emergenze e nell’assistenza domiciliare agli anziani.
Per Israele si apre così un settore nel quale la sua tradizionale concentrazione di ricerca scientifica, medicina e alta tecnologia può trasformarsi in un vantaggio competitivo. La nuova corsa alla Luna si giocherà anche sulla capacità di mantenere in salute chi dovrà viverci. Ed è una sfida nella quale la tecnologia israeliana ha già cominciato a lasciare il proprio segno.