Home > Boicotta questo > BOICOTTA QUESTO. Israele e i cardiochirurghi dello Zambia

BOICOTTA QUESTO. Israele e i cardiochirurghi dello Zambia

L’organizzazione israeliana Save a Child’s Heart non si limita a operare i piccoli pazienti. Da quasi vent’anni forma medici africani perché possano curare i bambini nei loro Paesi, creando competenze destinate a durare nel tempo

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
BOICOTTA QUESTO. Israele e i cardiochirurghi dello Zambia

Un bambino di nove anni arriva a Lusaka dopo oltre mille chilometri di viaggio. Soffre di una grave malattia cardiaca provocata da una banale infezione alla gola mai curata con gli antibiotici, una situazione ancora frequente nelle aree più povere dell’Africa. Ad aspettarlo in sala operatoria trova medici zambiani e specialisti israeliani che lavorano fianco a fianco. L’intervento riesce, ma la vera notizia è un’altra. L’obiettivo della missione non è soltanto salvare quel bambino: è fare in modo che, tra pochi anni, altri piccoli pazienti possano essere operati senza dover aspettare l’arrivo di una squadra dall’estero.

È questa la filosofia di Save a Child’s Heart, l’organizzazione umanitaria israeliana nata nel 1995 presso il Wolfson Medical Center di Holon, che da oltre trent’anni cura bambini affetti da cardiopatie congenite e forma specialisti provenienti dai Paesi in via di sviluppo. In Zambia il progetto ha ormai assunto una dimensione strutturale.

Durante l’ultima missione, i cardiochirurghi pediatrici israeliani hanno partecipato a dieci interventi a cuore aperto e inaugurato una nuova macchina cuore-polmone del valore di 200 mila dollari, donata dall’American Jewish Committee e dalla Bergman Family Charitable Foundation. È soltanto la seconda apparecchiatura di questo tipo presente in uno Stato di oltre ventidue milioni di abitanti.

Il risultato più importante, però, riguarda le persone. Quando la collaborazione tra Israele e Zambia iniziò nel 2007, nel Paese non esisteva neppure un cardiochirurgo pediatrico. Oggi il primo specialista formato in Israele lavora stabilmente all’ospedale cardiologico nazionale di Lusaka, mentre un secondo medico, Zakias Moonde Muulu, sta completando il sesto anno di formazione al Wolfson Medical Center e rientrerà definitivamente in patria nel 2027.

«Abbiamo capito molto presto che non possiamo salvare il mondo da soli», spiega il cardiochirurgo israeliano Hagi Dekel, che segue personalmente la formazione dei medici africani. «Per questo formiamo specialisti che possano tornare nei loro Paesi e riparare cuori spezzati». Una filosofia che ribalta il modello tradizionale della cooperazione sanitaria, spesso limitato a missioni temporanee, e punta invece a costruire competenze permanenti.

Muulu conosce bene il valore di questo percorso. Arrivato in Israele nel 2022, ha vissuto nel Paese durante il massacro del 7 ottobre, la guerra contro Hamas e i successivi conflitti con l’Iran. Nonostante le difficoltà, ha scelto di completare il proprio percorso formativo. «All’inizio faceva paura vivere in un Paese in guerra», racconta. «Poi ho imparato a convivere con quella realtà, come fanno gli israeliani. È stato un privilegio conoscere il popolo ebraico sia nei momenti difficili sia in quelli felici».

Il suo ritorno in Zambia avrà un impatto che va ben oltre la carriera personale. «Non si tratta di salvare un solo bambino o una sola famiglia», dice. «Lo faccio per tutti quei piccoli innocenti che meritano una possibilità di vivere».

Dal 1995 Save a Child’s Heart ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi e formato oltre 160 medici e infermieri, soprattutto africani. L’organizzazione, sostenuta interamente da donazioni private, promuove inoltre una rete di collaborazione tra specialisti di Zambia, Tanzania, Ruanda ed Etiopia, creando un patrimonio di competenze destinato a rafforzare i sistemi sanitari locali.

La missione ha anche un significato diplomatico. Dopo l’apertura dell’ambasciata israeliana a Lusaka nel 2025, la cooperazione sanitaria è diventata uno dei pilastri dei rapporti tra i due Paesi. L’ambasciatrice israeliana Ofra Farhi ha definito il progetto una dimostrazione dell’impegno di Israele a rafforzare il sistema sanitario zambiano attraverso tecnologia, formazione e partnership di lungo periodo.

In un momento nel quale Israele continua a essere raccontato quasi esclusivamente attraverso guerre, crisi diplomatiche e tensioni regionali, questa iniziativa offre un’immagine diversa del Paese. Un’immagine fatta di medici che insegnano ad altri medici, di ospedali che esportano conoscenze anziché dipendenze e di bambini che possono continuare a vivere grazie a una collaborazione destinata a sopravvivere molto oltre la durata di una singola missione umanitaria.




L’ora dei dilettanti