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Ayman Hussein, l’uomo che ha sfidato il terrorismo e ha riportato l’Iraq ai Mondiali

Il padre ucciso da al-Qaeda, il fratello rapito dall’Isis e mai più ritrovato, la casa distrutta. Oggi l’“Ascia irachena” è il volto della rinascita del calcio del suo Paese

Costantino Pistilli

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Ayman Hussein, l’uomo che ha sfidato il terrorismo e ha riportato l’Iraq ai Mondiali

Il terrorismo gli ha distrutto la vita. Ora guida l’Iraq ai Mondiali. Ayman Hussein, soprannominato l’“Ascia irachena”, è stato uno dei protagonisti della qualificazione dell’Iraq alla Coppa del Mondo 2026. Attaccante della nazionale, trent’anni, è diventato una delle figure più simboliche e dolorose dell’Iraq contemporaneo.

Sulle sue spalle pesa una sequenza di tragedie che nessuna carriera sportiva dovrebbe attraversare. Il padre, soldato dell’esercito, fu ucciso in un’imboscata di al-Qaeda quando Ayman era ancora bambino; il fratello maggiore, anch’egli militare, venne rapito nel 2014 dallo Stato Islamico (Isis) e di lui non si sono più avute notizie, mentre la casa di famiglia veniva distrutta poco tempo dopo il sequestro: si trovava in una delle zone strategiche del Paese per la presenza di giacimenti, raffinerie e oleodotti, infrastrutture che durante l’ascesa dello Stato Islamico divennero obiettivi prioritari per il controllo territoriale e una delle principali fonti di finanziamento dell’organizzazione jihadista.

Cresciuto nel villaggio di al-Safra, nell’Iraq centro-settentrionale, in una famiglia di agricoltori, Hussein si trova a fare i conti con la violenza jihadista già a dodici anni. Dopo la morte del padre pensa di abbandonare il calcio per contribuire al sostentamento della famiglia, ma è la madre a impedirglielo, convincendolo a non rinunciare al suo sogno. Nel 2012 arriva la prima svolta. Un osservatore del Dohuk lo nota e gli offre il primo contratto professionistico, per poco più di 900 dollari al mese, aprendo la strada a una carriera costruita in condizioni fragili ma sostenuta da una determinazione fuori dal comune.

Da quel momento inizia un percorso che lo porta a giocare in Iraq, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Qatar, fino a diventare uno dei punti di riferimento della nazionale. In patria lo chiamano Abu Tabar, “padre dell’ascia”, soprannome che richiama la sua potenza fisica e la capacità di incidere nei momenti decisivi. Con la maglia dell’Iraq realizza reti pesanti, dalla marcatura decisiva contro il Qatar nelle qualificazioni olimpiche fino alla tripletta nella Coppa del Golfo del 2023, passando per il gol che contribuisce alla qualificazione della nazionale ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, all’interno di un percorso di continuità realizzativa piuttosto raro nel calcio asiatico.

La sua storia sportiva, tuttavia, non è stata composta soltanto da successi. Durante la Coppa d’Asia del 2024, dopo una rete segnata contro la Giordania, viene espulso per una celebrazione interpretata dall’arbitro come provocatoria. Una decisione che modifica l’andamento dell’incontro e contribuisce all’eliminazione dell’Iraq dal torneo. L’episodio suscita polemiche in tutto il continente asiatico e viene definito dallo stesso commissario tecnico Jesús Casas come uno dei momenti più incomprensibili della sua esperienza professionale.

Il riscatto arriva nei playoff mondiali a Monterrey, dove firma il gol decisivo contro la Bolivia che riporta l’Iraq ai Mondiali per la prima volta dal 1986, oggi sotto la cornice della FIFA World Cup 2026. È il punto d’arrivo di un viaggio che attraversa guerra, lutti e sospetti, incluso un interrogatorio di sette ore all’ingresso negli Stati Uniti che aveva rischiato di compromettere la sua partecipazione.

Diciotto anni dopo l’assassinio del padre e dodici anni dopo il rapimento del fratello, Ayman Hussein si presenta sul più grande palcoscenico del calcio mondiale come molto più di un attaccante. La sua vicenda personale si intreccia con quella di un Paese che ha conosciuto invasioni, terrorismo, guerre civili e distruzioni, ma che continua a cercare spazi di normalità e riscatto.

Per i tifosi iracheni Ayman Hussein è diventato un punto di riferimento che va oltre il calcio, e lo rimane anche dopo la sconfitta all’esordio mondiale contro la Norvegia, in una partita in cui l’“Ascia irachena” è stato al centro di tutto, tra il gol del momentaneo pareggio e la sfortunata deviazione che ha fissato il 4-1 finale.


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