Ha trent’anni, ha già lavorato con Darren Aronofsky, ha diretto Robert Pattinson e ha firmato un documentario insieme a Nathan Fielder. Lance Oppenheim, nato in Florida nel 1996 da una famiglia di avvocati e da madre ebrea, è diventato in pochissimo tempo uno dei registi emergenti più osservati del cinema americano.
Il 2026 è l’anno della sua definitiva consacrazione. Oppenheim ha realizzato il suo primo lungometraggio di finzione, Primetime, interpretato da Robert Pattinson e prodotto da A24, entrato nella competizione ufficiale del Festival di Venezia. Il film prende spunto dal fenomeno televisivo di To Catch a Predator e si muove lungo il confine, spesso ambiguo, tra giornalismo investigativo, spettacolo e giustizia.
Quasi contemporaneamente Oppenheim ha presentato You Can See Everything, documentario realizzato insieme a Nathan Fielder e dedicato a Elizabeth Holmes, fondatrice di Theranos, la società che prometteva di rivoluzionare le analisi mediche attraverso poche gocce di sangue e che si rivelò al centro di una gigantesca frode. Holmes è stata condannata nel 2022 per aver truffato gli investitori a oltre undici anni di carcere federale.
Oppenheim e Fielder hanno avuto un accesso eccezionale alla donna nei 34 giorni precedenti il suo ingresso in prigione, arrivando a vivere nella sua casa con una piccola troupe. Il film, lungo quasi tre ore e realizzato in gran segreto per anni, è stato mostrato a sorpresa al Telluride Film Festival e uscirà in ottobre.
Eppure la storia di Oppenheim era cominciata molto prima. Cresciuto in Florida, racconta di aver ricevuto dalla madre ebrea anche una delle sue prime educazioni cinematografiche: fu lei a fargli conoscere Ai confini della realtà, la celebre serie di fantascienza che avrebbe influenzato profondamente il suo gusto.
Da adolescente si avvicinò al documentario quasi per necessità. Non disponeva di attori, troupe o denaro per realizzare film di finzione. Aveva però una macchina da presa e persone vere da raccontare. Uno dei suoi primi lavori, Quicksand, seguiva gli ultimi giorni del nonno malato di Alzheimer e riuscì ad arrivare sulla rete pubblica americana PBS.
La caratteristica che avrebbe segnato la sua carriera era già evidente: una tenacia quasi ossessiva. Durante gli anni ad Harvard continuò a inviare proposte agli Op-Docs del New York Times, ricevendo una lunga serie di rifiuti. Quando finalmente l’editor Lindsay Crouse accettò di incontrarlo, Oppenheim si presentò con dieci idee per altrettanti film.
La perseveranza funzionò. Ancora studente realizzò tre lavori per la serie documentaria del quotidiano, diventando il più giovane regista ad avervi contribuito. Uno dei suoi cortometraggi, The Happiest Guy in the World, fu presentato al Tribeca Film Festival nel 2018.
Ancora più ostinato fu il corteggiamento professionale a Darren Aronofsky, che Oppenheim ammirava dai tempi in cui aveva visto The Wrestler al liceo. Trovò il suo indirizzo di posta elettronica nell’elenco degli ex studenti di Harvard e gli scrisse ogni semestre. Per anni nessuna risposta. All’ultimo anno arrivò finalmente un messaggio dall’assistente del regista, che gli chiedeva di inviare il materiale sul quale stava lavorando.
Quel progetto era Some Kind of Heaven. Nato come tesi di laurea, sarebbe diventato il primo documentario di Oppenheim a lungometraggio e avrebbe avuto Aronofsky tra i produttori.
Il film raccontava The Villages, l’enorme comunità per pensionati della Florida costruita intorno all’idea di una vecchiaia perfetta, protetta e felice. Oppenheim scelse di guardare soprattutto coloro che restavano ai margini di quel sogno. Per girarlo si trasferì nella zona, prendendo in affitto una stanza da una coppia di ex clown da rodeo. Presentato al Sundance nel 2020, Some Kind of Heaven ottenne ottime recensioni e trasformò il ventitreenne che cercava disperatamente di farsi leggere le mail da Aronofsky in un regista sul quale Hollywood cominciava a scommettere.
L’identità ebraica non occupa il centro del suo cinema, almeno finora, però affiora quando Oppenheim parla della famiglia e soprattutto della madre. Ha raccontato con ironia che lei manifesta il proprio amore con quella miscela di preoccupazione e giudizio che associa alla classica madre ebrea. All’inizio della carriera cercava di tenerla lontana dalla sala di montaggio. Poi ha capito che poteva diventare una delle sue spettatrici più preziose: quando lei non comprendeva un passaggio del film, lui e i suoi montatori sapevano che probabilmente qualcosa andava sistemato.
È un dettaglio piccolo e insieme rivelatore. Perché dietro la rapidissima ascesa di Oppenheim c’è un modo di fare cinema fondato sulla curiosità per le persone, sull’attenzione quasi maniacale ai particolari e soprattutto sulla capacità di insistere. A trent’anni è passato dalle mail senza risposta di uno studente di Harvard a Robert Pattinson, A24 e Venezia. E la sensazione è che abbia appena cominciato.
Ho evitato di appesantire il riferimento all’ebraicità: nel testo originale è un elemento biografico reale, però il cuore della notizia resta la sua impressionante ascesa cinematografica.