L’Iran ha fornito alla Russia la tecnologia dei suoi droni Shahed. Mosca li ha prodotti in massa, modificati sulla base dell’esperienza accumulata nella guerra in Ucraina e trasformati in armi più veloci, pesanti e difficili da intercettare. Ora Teheran li vuole indietro, nella loro versione russa più avanzata, per utilizzarli contro Israele e gli Stati Uniti.
Secondo quanto riferito dal Financial Times sulla base di fonti occidentali della sicurezza e di una persona vicina al Cremlino, l’Iran avrebbe chiesto quest’anno alla Russia droni avanzati della famiglia Geran, in particolare i nuovi Geran-4 e Geran-5. È un passaggio che mostra quanto rapidamente sia cambiato il rapporto militare fra i due Paesi. L’allievo russo, almeno nel campo dei droni d’attacco, sembra avere superato il maestro iraniano.
La famiglia Geran nasce infatti dagli Shahed forniti dall’Iran alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Dal 2023 Mosca ha avviato una propria produzione su larga scala e, soprattutto, ha cominciato a modificare continuamente i velivoli sulla base delle necessità emerse sul campo di battaglia.
Il salto tecnologico è notevole. Il Geran-1 può trasportare una testata di circa 20 chilogrammi e raggiunge una velocità massima intorno ai 185 chilometri orari. Il Geran-5, dotato di propulsione a reazione, arriva invece fino a 600 chilometri orari, può trasportare una testata da 90 chilogrammi e avrebbe un’autonomia di circa mille chilometri.
Anche il Geran-4 conserva alcuni elementi della forma caratteristica dello Shahed iraniano, con una struttura però più aerodinamica e resistente, studiata per consentire velocità e capacità di manovra superiori. Il Geran-5 rappresenta un cambiamento ancora più radicale e la sua configurazione lo avvicina ormai a un missile da crociera.
La trasformazione riguarda anche i sistemi di guida. Le nuove versioni possono essere equipaggiate con telecamere termiche, sistemi di acquisizione dei bersagli basati sull’intelligenza artificiale, antenne russe resistenti alle contromisure elettroniche e modem cinesi che consentono comunicazioni in rete.
Un operatore può portare il drone a un’altitudine compresa fra due e cinque chilometri, individuare il bersaglio attraverso la telecamera e agganciarlo. Da quel momento il velivolo è in grado di completare autonomamente l’attacco.
È soprattutto la capacità di penetrare le difese a rendere questi mezzi interessanti per Teheran. Secondo i dati dell’Aeronautica ucraina riportati dalla stampa israeliana, il tasso di intercettazione dei nuovi droni a reazione sarebbe intorno al 60 per cento, mentre contro le vecchie versioni raggiungeva il 90-95 per cento. La maggiore velocità riduce drasticamente i tempi di allarme e rende più difficile l’intervento sia delle difese antiaeree sia dei droni intercettori.
C’è poi la questione dei costi. Anche nelle versioni più sofisticate, questi velivoli rimangono considerevolmente più economici dei moderni missili da crociera. Possono quindi essere lanciati in grandi quantità e soprattutto inseriti in attacchi combinati insieme a missili balistici e altri droni. Lo scopo è saturare le difese avversarie, costringendole a individuare e affrontare contemporaneamente minacce diverse per velocità, traiettoria e caratteristiche.
Per questo alcuni analisti parlano di una progressiva trasformazione del drone in missile da crociera: velocità da jet, grande autonomia, testate più pesanti e sistemi di guida sempre più sofisticati, mantenendo costi relativamente contenuti. Le generazioni successive potrebbero incorporare anche caratteristiche stealth, rendendo ancora più complicata la loro individuazione.
Per Israele la richiesta iraniana alla Russia rappresenta quindi un elemento da seguire con particolare attenzione. Se Mosca decidesse di trasferire a Teheran Geran-4 e Geran-5, l’Iran disporrebbe di uno strumento ulteriore per attacchi rapidi contro obiettivi israeliani e contro basi, navi e forze statunitensi in Medio Oriente. Impiegati all’interno di grandi salve miste, questi droni potrebbero inoltre aumentare sensibilmente la pressione sui sistemi di difesa e il costo necessario per neutralizzare ogni attacco.
Il paradosso è quasi perfetto. L’Iran ha consegnato alla Russia un’arma nata dalla propria industria militare. La guerra in Ucraina l’ha trasformata in un laboratorio quotidiano, permettendo a Mosca di sperimentarla, correggerla e potenziarla. Adesso quella stessa tecnologia potrebbe tornare a Teheran profondamente modificata e pronta a essere rivolta contro Israele e gli Stati Uniti.