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Fauda arriva dove la diplomazia non riesce

La quinta stagione porta nel mondo la fragilità israeliana dopo il 7 ottobre e mostra la paura che si nasconde dietro l’immagine di un Paese forte

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Fauda arriva dove la diplomazia non riesce
Iimmagine generata con AI

La quinta stagione di Fauda è arrivata su Netflix in 190 Paesi e, quasi immediatamente, la serie israeliana è tornata al centro dell’attenzione internazionale. È la prima stagione riscritta dopo il 7 ottobre e il trauma di quel giorno attraversa l’intera vicenda. Ma il punto forse più interessante è un altro: Fauda riesce a raccontare al pubblico straniero qualcosa di Israele che anni di spiegazioni, comunicati, immagini e dati spesso faticano a trasmettere.

La poetessa e scrittrice israeliana Maya Tevet Dayan, trasferitasi per un anno in Canada con la famiglia, ha raccontato un episodio significativo. Durante un incontro nella nuova scuola della figlia, un consulente le ha chiesto come fossero stati gli ultimi anni in Israele. «Non semplici», ha risposto. L’uomo le ha detto di seguire Fauda e di aver capito, guardandola, quanto sia difficile giudicare dall’esterno la realtà di un Paese nel quale non si è mai vissuto. Prima di salutarla, le ha assicurato che avrebbe potuto rivolgersi a lui se qualcuno l’avesse fatta sentire a disagio.
È forse una delle dimostrazioni più efficaci del potere della cultura israeliana. Fauda funziona proprio perché non nasce come uno strumento di propaganda. Racconta una storia, costruisce personaggi, mette lo spettatore dentro vite segnate dalla paura, dalla violenza, dall’amore, dalla famiglia e dalla necessità di sopravvivere.

Dal 7 ottobre Israele ha cercato di spiegare al mondo la propria realtà attraverso testimonianze, filmati, numeri e mappe. Ha cercato di far capire cosa significhi vivere a pochi minuti da un confine, sapere che qualcuno può entrare nella propria casa, crescere bambini che conoscono fin da piccoli il percorso verso il rifugio. I fatti sono indispensabili. Eppure gli esseri umani comprendono spesso una realtà quando riescono a riconoscersi nelle persone che la vivono, a condividerne per qualche istante la paura.

Qui si trova uno dei grandi equivoci dello sguardo esterno su Israele. Il Paese viene percepito come militarmente, tecnologicamente ed economicamente potente. A volte persino troppo potente, fino a essere descritto come il bullo del quartiere che esercita una forza enorme contro avversari considerati più deboli. È un’immagine alimentata da aerei, carri armati, unità speciali e da uno degli eserciti più efficienti del mondo.

Quell’immagine lascia però fuori una parte essenziale dell’esperienza israeliana: la fragilità. Israele è un Paese piccolo, con confini vicinissimi alle case, dove una guerra può raggiungere in pochi minuti un salotto, una strada, una festa all’aperto, la camera di un bambino. Il 7 ottobre ha reso impossibile ignorare questa dimensione. Mentre una parte del mondo continua a vedere Israele soprattutto come il soggetto forte del conflitto, per moltissimi israeliani quel giorno ha significato scoprire ancora una volta che il confine può crollare, che l’esercito può arrivare troppo tardi, che una casa può improvvisamente cessare di essere un luogo sicuro.

Fauda entra precisamente in questo spazio. Porta lo spettatore dietro l’immagine della potenza israeliana, dentro la vita dei combattenti e delle loro famiglie, dentro la capacità operativa e insieme dentro la paura. I suoi uomini sono lontani dall’immagine del guerriero d’acciaio: sono feriti, traumatizzati, impauriti, arrabbiati. Piangono, scherzano per difendersi da ciò che hanno visto, cercano di continuare a vivere. Dopo il 7 ottobre, mostrare apertamente questa vulnerabilità acquista un significato ancora più forte.

La serie racconta anche la vicinanza quasi inconcepibile tra mondi nemici. Persone che combattono l’una contro l’altra vivono a pochi minuti di distanza, percorrono le stesse strade, conoscono le stesse città, gli stessi gesti e spesso la stessa lingua. È qualcosa che anche uno spettatore europeo può riconoscere. L’Europa ha già scoperto che chi prepara un attentato può essere cresciuto all’interno della stessa società che intende colpire.

Anche la presenza delle donne in ruoli centrali nei sistemi di sicurezza ha un peso. In Fauda sono nelle sale operative, partecipano alle decisioni, entrano nel cuore dell’azione senza che la loro presenza debba essere continuamente spiegata o giustificata. È una normalità che, da sola, racconta un pezzo della società israeliana. Il merito maggiore della serie resta forse quello di mostrare quanto sia difficile ridurre Israele e il conflitto a uno schema semplice. Quando gli israeliani parlano di sicurezza parlano certamente di esercito, confini e terrorismo. Parlano anche delle loro case, dei figli e della possibilità di esserci ancora domani.

Per questo l’episodio raccontato da Maya Tevet Dayan è così significativo. In una comunità canadese lontanissima da Israele, un uomo che non aveva ricevuto briefing ufficiali e non aveva partecipato ad alcuna missione diplomatica aveva semplicemente guardato una serie televisiva. E quella serie gli aveva permesso di avvicinarsi, almeno per qualche ora, alla realtà vissuta dagli israeliani. È il potere della cultura. Un’opera capace di raccontare bene una storia può attraversare barriere davanti alle quali dati e argomenti si fermano. Può far vedere, prima del giudizio, anche la paura che si nasconde dietro la forza.