Il 23 settembre, al Teatro Comunale di Marzabotto, il Comune conferirà la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese. È il seguito di una vicenda che in altre città ha preso strade diverse: Firenze ha accantonato la proposta, Bologna ha mantenuto l’onorificenza tra crescenti dissensi interni alla maggioranza di centrosinistra dopo le note dichiarazioni della relatrice speciale dell’ONU sull’assalto alla redazione torinese de La Stampa.
La FIAP ha espresso la sua ferma contrarietà. Non è in gioco la prerogativa di un’amministrazione comunale di conferire onorificenze: può farlo liberamente e ne risponde davanti ai suoi cittadini. Così come non è in gioco un’opinione sul conflitto mediorientale, né, meno che mai, la libertà di Francesca Albanese di sostenere le proprie posizioni, delle quali è politicamente e giuridicamente responsabile. Ciò che è in gioco è il luogo.
Marzabotto è il nome, per la memoria della Repubblica, del più grande eccidio nazifascista di civili avvenuto in Europa occidentale. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, settecentosettanta persone – donne, bambini, anziani, interi nuclei familiari – furono sterminate dalla 16ª Divisione SS-Panzergrenadier Reichsführer, con l’apporto di reparti fascisti repubblichini. Il gonfalone del Comune di Marzabotto è decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
La cittadinanza onoraria conferita da quel Comune non sarebbe dunque un riconoscimento tra i tanti, ma un atto compiuto in nome di quelle vittime e della comunità che ne custodisce il ricordo; la sindaca e l’amministrazione comunale non ne possono disporre liberamente.
Ancora più odioso è che la scelta di quel palcoscenico porti con sé un parallelismo tacito, mai dichiarato ma inequivocabile: le vittime di Gaza come le vittime del nazifascismo, e gli israeliani di oggi come i tedeschi di ieri. È il meccanismo dell’inversione simbolica, per cui il popolo che nella storia ha subito il tentativo di sterminio più sistematico viene assimilato ai propri persecutori. Un meccanismo che i lettori di questa testata riconoscono bene, perché è la variante contemporanea di uno dei più antichi codici dell’odio antiebraico: presentare gli ebrei non solo come colpevoli, ma come colpevoli dello stesso male che li ha travolti.
È un insulto alla memoria ed è, insieme, un’inaccettabile narrazione antisemita, tanto più grave se accade sotto le lapidi di Monte Sole – dove i nomi incisi sulle pietre chiedono l’esatto contrario: precisione storica, distinzione, riconoscimento delle responsabilità reali, coerenza con i valori della Liberazione trasfusi nella Costituzione.
È quanto mai urgente una riflessione sull’impatto simbolico di questa cerimonia. Riservare le cittadinanze onorarie di Marzabotto a figure capaci di unire la comunità attorno a valori inequivocabili di libertà, democrazia, pace e rifiuto di ogni terrorismo – come hanno chiesto voci di ogni provenienza politica in questi giorni – non è una richiesta di parte: è una richiesta di serietà istituzionale.
La storia di Marzabotto appartiene alla nazione italiana, e non può essere usata in modo strumentale; non è un capitolo del dibattito geopolitico contemporaneo né un simbolo disponibile per chi cerca legittimazione per la propria causa. È il cuore vulnerato della memoria antifascista italiana, e chi ne è custode – la Scuola di Pace di don Giuseppe Dossetti, le famiglie che ancora oggi portano nel cognome i nomi dei propri cari, le associazioni partigiane come la FIAP – ha il dovere di difenderla da ogni uso improprio, da qualunque parte politica esso provenga. Il 23 settembre non è ancora arrivato. C’è tempo per fermarsi e riflettere.
Luca Aniasi
Presidente nazionale FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane