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7 ottobre, la violenza sulle donne che il mondo non vuole vedere

A quasi tre anni dal massacro, sopravvissute, soccorritori ed esperti raccontano gli abusi sessuali, la prigionia e un trauma che continua a segnare la società israeliana

Sara Hernández Díez

Tempo di Lettura: 4 min
7 ottobre, la violenza sulle donne che il mondo non vuole vedere
Iimmagine generata con AI

Eravamo convinti che certe atrocità appartenessero ormai al passato. Poi è arrivato il 7 ottobre, e con esso l’assoluta atrocità. Ora, quasi tre anni dopo, non possiamo permettere che la verità venga silenziata né che l’evidenza sia negata. Perciò, l‘Istituto Milton Friedman ha organizzato il 17 settembre il webinar “7 ottobre, tre anni dopo: quando le donne diventano bersagli del terrore”, per far comprendere al mondo, attraverso la voce di sopravvissuti, soccorritori ed esperti, la realtà di quanto accaduto, perché non cada nell’oblio.

Orit Sulitzeanu, CEO dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, ci ha fatto comprendere che il trauma persiste tuttora, non soltanto tra i sopravvissuti ma nell’intera società israeliana, riaprendo traumi pregressi e sovrapponendo al dolore individuale quello delle vittime e dei loro familiari: trauma su trauma.

Per alcune vittime, la violenza sessuale è proseguita anche durante la lunga prigionia a Gaza: un terrore continuo per loro e per i loro cari, nella paura costante di una nuova aggressione sessuale. Inevitabilmente, le conseguenze permangono ancora oggi: ansia, incubi, flashback, ipervigilanza, dissociazione e insicurezza, perché ormai neppure il proprio corpo viene percepito come un luogo sicuro. Un trauma che segna profondamente le relazioni e l’intimità.

Shari Mendes, riservista delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nel Casualty Care Team, che ha fatto parte della squadra incaricata del recupero e dell’esame dei corpi delle vittime, ha raccontato lo shock e la disperazione vissuti nella base di Shura, dapprima nel vedere la portata del massacro e successivamente nel constatare la crudeltà inflitta alle vittime, persino post mortem, comprese aggressioni sessuali. Ha ricordato il dovere di dare voce a quelle donne che sono state capaci di portare un tocco di colore, tramite una manicure, a una stanza buia, dalle tonalità cupe.

È ciò che ha fatto anche Simcha Greiniman, soccorritore di ZAKA (organizzazione di volontari per il recupero dei resti e il dignitoso trattamento dei defunti secondo la tradizione ebraica), testimoniando in nome delle vittime. Nonostante l’esperienza da soldato e 33 anni di volontariato, il 7 ottobre ha affrontato orrori mai visti prima, situazioni talmente dure che la mente non riesce a immaginare né a comprendere, come l’impossibilità di identificare il sesso delle vittime ridotte in pezzi, gli oggetti inseriti nelle parti intime di una donna o i 20 sacchi di riso utilizzati per assorbire il sangue dal pavimento di una cucina dove sette persone erano state decapitate; scene che il mondo deve conoscere, perché atrocità simili non si ripetano mai più.

Lo straziante racconto della dott.ssa Shoshan Haran, scienziata di fama internazionale e fondatrice dell’organizzazione Fair Planet, conferma che al dolore personale si aggiunge quello dei cari. È stata rapita dal rifugio della sua casa nel kibbutz Be’eri insieme alla figlia, ai suoi due nipotini, alla cognata e alla figlia di quest’ultima. Suo marito è stato ucciso nel kibbutz; Shoshan è stata prigioniera per 50 giorni, suo genero per 505 giorni. Fatti che lasciano senza fiato, come la prova che i terroristi erano addestrati a rapire i bambini come la merce di scambio più preziosa — dimostrata dalla scatola di giocattoli che li attendeva nel primo appartamento in cui sono stati portati a Gaza — non possono essere ignorati.

La sua missione è portare alla luce la realtà; il trauma non è soltanto ciò che hanno vissuto. Haran denuncia, inoltre, quella che definisce una campagna organizzata in anticipo sui social network, che avrebbe portato il mondo a capovolgere la realtà e che, sostiene, deve essere smascherata.

Infine, Ilana Gritzewsky, con una forza e un coraggio ammirevoli, ha preso la parola per dare voce ai 1.200 israeliani assassinati in un solo giorno. È sopravvissuta a 55 giorni di prigionia senza nulla (né cibo, né igiene, né medicine), nel panico costante, circondata dai terroristi. Uno voleva sposarla e avere figli con lei; con un altro ha dovuto passeggiare per mano durante un trasferimento. Ha subito vessazioni e violenze sessuali.

Quando ha saputo che anche il suo fidanzato era ostaggio a Gaza, ha tentato di convincere i terroristi a permetterle di vederlo, ma non ci è riuscita. È stato liberato dopo 738 giorni di prigionia.

E di nuovo una donna è un raggio di sole in mezzo alle tenebre quando ci annuncia che si sposeranno, affermando che la sua lotta continua e che non si tratta di influenzare il futuro, bensì di come la gente ricorda il passato. Perciò la lotta di tutti deve essere far sì che ciò che è accaduto non venga mai dimenticato.