Home > Approfondimenti > 2025, l’anno più sanguinoso per la diaspora dal 1994

2025, l’anno più sanguinoso per la diaspora dal 1994

Il nuovo rapporto della J7 documenta oltre 23 mila episodi di antisemitismo in sette Paesi e venti vittime in attentati contro obiettivi ebraici, il bilancio più grave dai tempi dell’attacco all’AMIA di Buenos Aires

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
2025, l'anno più sanguinoso per la diaspora dal 1994

Vent’anni di progressi sembrano essersi dissolti in pochi mesi. Il 2025 è stato l’anno più mortale per gli ebrei della diaspora dalla strage del centro ebraico AMIA di Buenos Aires del 1994. È la conclusione del secondo rapporto annuale pubblicato dalla J7 Large Communities’ Task Force Against Antisemitism, che riunisce le principali organizzazioni ebraiche di Argentina, Australia, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, Paesi nei quali vive oltre il 90 per cento della popolazione ebraica al di fuori di Israele.

Il rapporto censisce 23.174 episodi antisemiti registrati nel corso del 2025. Il dato è inferiore del 13,7 per cento rispetto al picco del 2024, ma resta superiore del 136 per cento rispetto ai livelli del 2022, confermando che l’esplosione dell’antisemitismo seguita al 7 ottobre 2023 non rappresenta un fenomeno temporaneo, bensì una trasformazione profonda del clima sociale in numerosi Paesi occidentali.

La Germania guida la classifica con 8.725 episodi, seguita dagli Stati Uniti con 6.274, dal Regno Unito con 3.700, dall’Australia con 1.654, dalla Francia con 1.320, dal Canada con 788 e dall’Argentina con 713. Rapportando gli episodi alla consistenza delle comunità ebraiche, il tasso più elevato si registra in Germania, seguita da Australia e Regno Unito.

L’aspetto più allarmante riguarda la violenza. Nel 2025 venti persone hanno perso la vita in quattro distinti attentati antisemiti. Quindici sono state uccise durante la sparatoria avvenuta nel corso di una celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach, a Sydney, definita dalle autorità australiane un attentato terroristico antisemita. Nel Regno Unito Adrian Daulby e Melvin Cravitz sono stati assassinati nell’attacco contro la sinagoga di Heaton Park, a Manchester, durante Yom Kippur. Negli Stati Uniti Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim sono stati uccisi all’uscita di un evento organizzato al Capital Jewish Museum di Washington, mentre Karen Diamond è morta in seguito alle ferite riportate nell’attentato incendiario contro una manifestazione a Boulder, in Colorado, dedicata agli ostaggi ancora nelle mani di Hamas.

Secondo il rapporto, l’antisemitismo non si manifesta più soltanto ai margini della società. Gli episodi vengono registrati con crescente frequenza nella politica, nelle università, negli ambienti professionali e nelle istituzioni. Gli estensori segnalano inoltre come l’antisionismo rappresenti sempre più spesso il veicolo attraverso il quale vengono espresse forme di ostilità verso gli ebrei. Negli Stati Uniti il 45 per cento degli episodi censiti dall’Anti-Defamation League conteneva riferimenti a Israele o al sionismo, mentre nel Regno Unito quasi la metà dei casi documentati dal Community Security Trust presentava una motivazione esplicitamente antisionista.

Un altro fronte di preoccupazione è rappresentato dal mondo digitale. Le piattaforme online sono ormai il principale luogo di diffusione dell’antisemitismo in molti dei Paesi analizzati. Il rapporto dedica inoltre spazio all’intelligenza artificiale generativa, citando studi secondo cui alcuni sistemi sarebbero in grado di produrre contenuti antisemiti o violenti quando vengono sottoposti a specifiche richieste.

Anche le università continuano a rappresentare un ambiente difficile per molti studenti ebrei. Negli Stati Uniti gli episodi registrati nei campus restano quasi tre volte superiori ai livelli del 2021, mentre in Australia una larga maggioranza degli studenti ebrei intervistati dichiara di avere assistito a manifestazioni antisemite e solo una minoranza afferma di sentirsi al sicuro all’interno dell’università.

Pur riconoscendo alcune iniziative adottate dai governi, dalla task force federale istituita negli Stati Uniti ai maggiori finanziamenti britannici per la sicurezza delle istituzioni ebraiche fino alla commissione reale australiana sull’antisemitismo, la J7 giudica la risposta complessiva ancora insufficiente. Il rapporto chiede un rafforzamento delle misure contro la violenza e l’incitamento all’odio, sistemi nazionali di monitoraggio più efficaci, maggiori investimenti nella sicurezza delle comunità ebraiche, tutele specifiche nei campus universitari e una responsabilizzazione delle grandi piattaforme tecnologiche. La conclusione è netta. Il 2025 ha segnato il passaggio da una minaccia già molto elevata a una stagione nella quale l’antisemitismo è tornato a uccidere con una frequenza che la diaspora non conosceva da oltre trent’anni.