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USA. Summit cristiano filopalestinese divide gli ortodossi

Nel Maryland un convegno con l’ex agente CIA John Kiriakou e relatori controversi. L’obiettivo è mobilitare le chiese e fare pressione sul Congresso

Rosa Davanzo

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USA. Summit cristiano filopalestinese divide gli ortodossi
Iimmagine generata con AI

Un ex agente della CIA condannato per aver rivelato l’identità di un collega sotto copertura, una suora che ha difeso pubblicamente Hamas e un attivista universitario al centro di pesanti accuse di antisemitismo. Sono alcuni dei protagonisti annunciati del vertice «Not in Christ’s Name», organizzato da Orthodox Christians for Palestine per il 14 novembre a Potomac, nel Maryland, presso la chiesa ortodossa antiochena dei Santi Pietro e Paolo.

L’iniziativa, presentata come un appuntamento di solidarietà cristiana con i palestinesi, ha un obiettivo politico dichiarato. Due giorni dopo il convegno, il 16 novembre, i partecipanti sono invitati a recarsi a Capitol Hill per incontrare i rappresentanti del Congresso e sollecitare un cambiamento della politica americana verso Israele.

Il relatore principale sarà John Kiriakou, già funzionario dell’antiterrorismo della CIA, condannato nel 2013 a trenta mesi di carcere per la divulgazione dell’identità di un agente segreto. Kiriakou conduce oggi «The Deep State» sull’emittente russa RT, dopo aver collaborato con Sputnik, altro organo d’informazione finanziato da Mosca. Nel settembre scorso ha definito gli Houthi yemeniti «combattenti per la libertà», sebbene il movimento sia stato designato dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica straniera.

Particolarmente controversa è anche la presenza di madre Agapia Stephanopoulos, religiosa ortodossa che nell’agosto 2025, intervistata da Tucker Carlson, aveva sostenuto che Hamas «non è il problema», descrivendolo essenzialmente come un movimento impegnato nella difesa della popolazione palestinese. Al vertice interverrà in una sessione dedicata alle testimonianze dalla Terra Santa e coordinerà un incontro sull’organizzazione delle comunità parrocchiali.

Tra gli ospiti figura inoltre Mohsen Mahdawi, attivista filopalestinese della Columbia University, arrestato dalle autorità federali dell’immigrazione nell’aprile 2025. Nel procedimento a suo carico erano state richiamate testimonianze risalenti al 2015 secondo le quali avrebbe pronunciato minacce antisemite e affermato di aver fabbricato armi per Hezbollah. Si tratta di accuse riportate negli atti giudiziari, che da sole non costituiscono un accertamento della sua responsabilità.

Un altro partecipante annunciato è l’avvocato palestinese Jonathan Kuttab, cofondatore di Al-Haq, organizzazione per i diritti umani che Israele ha designato nel 2021 come collegata al Fronte popolare per la liberazione della Palestina. La designazione israeliana è stata contestata sul piano internazionale. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno inoltre sanzionato Al-Haq per attività connesse alla Corte penale internazionale, attraverso un provvedimento distinto dalle misure antiterrorismo.

A rendere ancora più delicato il profilo dell’iniziativa è il riferimento, tra le figure religiose cui Orthodox Christians for Palestine dichiara di ispirarsi, all’arcivescovo greco-ortodosso Theodosios Atallah Hanna. Il prelato ha incontrato negli anni esponenti di Hamas e Hezbollah e ha espresso pubblicamente apprezzamento per Bashar al-Assad e Hassan Nasrallah.

Il programma prevede discussioni sul sionismo cristiano e sulla condizione dei cristiani palestinesi, con sessioni dedicate alla mobilitazione politica delle chiese. Proprio questo passaggio distingue il convegno da una normale iniziativa di approfondimento religioso. Gli organizzatori intendono tradurre le posizioni espresse durante gli incontri in un’attività coordinata di pressione sulle istituzioni americane.

La solidarietà con i palestinesi appartiene legittimamente al dibattito delle comunità cristiane, comprese quelle ortodosse. La scelta dei relatori, tuttavia, solleva interrogativi sul messaggio politico che si intende promuovere, soprattutto quando alcune delle personalità invitate hanno minimizzato il carattere terroristico di organizzazioni responsabili di attacchi contro i civili.

Il 16 novembre, quando la mobilitazione raggiungerà il Congresso, sarà possibile comprendere meglio quali richieste concrete gli organizzatori intendano avanzare. E soprattutto quale spazio, in questa iniziativa che invoca il nome del cristianesimo, venga riservato alla condanna della violenza jihadista e al diritto di Israele di vivere in sicurezza.