L’UNESCO ha iscritto Sebastia, in Cisgiordania, nella lista del Patrimonio mondiale e contemporaneamente in quella dei siti in pericolo. La decisione, adottata dal Comitato del Patrimonio mondiale riunito a Busan, in Corea del Sud, è arrivata venerdì 24 luglio attraverso una procedura d’emergenza legata ai conflitti in Medio Oriente e malgrado la dura opposizione israeliana. Per Gerusalemme, il dossier palestinese riduce fino quasi a cancellarlo uno dei dati storici essenziali del luogo, identificato dagli archeologi con l’antica Samaria, capitale del Regno d’Israele.
Sebastia si trova su una collina una decina di chilometri a nord-ovest di Nablus e conserva testimonianze di numerose civiltà succedutesi nell’arco di circa tremila anni. La stessa documentazione dell’UNESCO riconosce l’identificazione del sito con Samaria e ricorda che, secondo la tradizione biblica, nel IX secolo avanti l’era volgare il re Omri acquistò la collina da Shemer e vi stabilì la capitale del regno settentrionale d’Israele. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce strutture monumentali attribuite al quartiere reale e una celebre collezione di avori.
La città fu conquistata dagli Assiri nel 722 avanti l’era volgare e attraversò successivamente le dominazioni persiana, ellenistica e romana. Erode il Grande la ricostruì e la chiamò Sebaste in onore dell’imperatore Augusto, il cui titolo greco era Sebastos. Il sito conserva anche importanti testimonianze bizantine, islamiche, crociate e ottomane. Per la tradizione cristiana Sebastia è inoltre legata alla sepoltura di Giovanni Battista, venerato anche dall’Islam come profeta Yahya.
È proprio questa sovrapposizione di civiltà a rendere particolarmente aspra la controversia. Prima del voto Nina Ben-Ami, vicedirettrice generale del ministero degli Esteri israeliano per le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali, ha accusato la delegazione palestinese di aver deliberatamente ignorato l’antica presenza ebraica. «Qualsiasi discussione su Sebastia deve riconoscere esplicitamente l’antica presenza ebraica e il legame con questa terra», ha dichiarato davanti al Comitato, definendo la candidatura un tentativo di cancellare il rapporto storico tra il popolo d’Israele e il luogo.
L’Autorità Palestinese presenta la questione da una prospettiva opposta. Ramallah sostiene che il riconoscimento internazionale sia necessario per proteggere il sito dai progetti israeliani nell’area e dalle confische di terreni. Secondo Reuters, i palestinesi sperano che la decisione dell’UNESCO contribuisca a fermare un piano israeliano che interesserebbe circa 1.800 dunam, pari a 445 acri, nei dintorni di Sebastia.
Il confronto riguarda anche la conservazione delle rovine. Israele accusa i palestinesi di abbandono, vandalismo e saccheggio di reperti e sostiene che lavori effettuati con mezzi pesanti abbiano danneggiato l’area archeologica. L’UNESCO, da parte sua, già nel maggio 2025 aveva espresso preoccupazione per attività infrastrutturali e nuovi interventi archeologici promossi dal ministero israeliano del Patrimonio, chiedendo che qualsiasi operazione rispettasse il diritto internazionale e fosse condotta con il consenso delle parti interessate.
La disputa è complicata anche dalla divisione amministrativa stabilita dagli accordi di Oslo. Il sito archeologico si estende infatti tra aree sottoposte a differenti regimi di controllo israeliano e palestinese. Archeologia, sovranità e conflitto politico finiscono così per sovrapporsi in pochi chilometri quadrati.
La decisione di Busan riguarda anche cinque castelli del Jabal Amel, nel Libano meridionale, iscritti anch’essi contemporaneamente nelle due liste dell’UNESCO. Tra questi figura la fortezza di Beaufort, che Israele sostiene sia stata utilizzata militarmente da Hezbollah, accusa respinta dal Libano. Anche l’antica città libanese di Tiro è stata inserita nella lista dei patrimoni in pericolo dopo i danni subiti durante il conflitto.
Israele ha lasciato l’UNESCO nel 2019, accusando l’organizzazione di adottare sistematicamente decisioni politicizzate sulla storia e sui luoghi santi ebraici. Il voto su Sebastia riapre ora quella frattura su un terreno particolarmente sensibile. La sovranità contemporanea del sito rimane oggetto di un conflitto politico irrisolto. La sua storia più antica, tuttavia, è documentata persino nelle pagine dell’UNESCO. Prima di chiamarsi Sebaste, quella città era Samaria, capitale del Regno d’Israele.