Una sinagoga sospesa nel cielo della laguna veneziana è diventata una delle installazioni più suggestive dell’estate culturale europea. Alta dodici metri e sostenuta dall’elio, l’opera intitolata Nabatele fluttua nei pressi dell’Arsenale, uno dei luoghi simbolo della Biennale di Venezia, trasformando la memoria dell’esilio e della distruzione delle comunità ebraiche in un’immagine potente, visibile da grande distanza.
L’autrice è Anna Kamyshan, artista e architetta ucraina residente a Londra, che ha scelto di ispirarsi alle antiche sinagoghe in legno degli shtetl, i piccoli centri ebraici dell’Europa orientale cancellati dalla Shoah e, in molti casi, già duramente colpiti da pogrom e persecuzioni nei secoli precedenti. La struttura, volutamente priva di fondamenta, vuole evocare una storia di continui spostamenti, espulsioni e migrazioni che ha accompagnato il popolo ebraico lungo gran parte della sua esistenza.
La scelta di Venezia aggiunge un ulteriore livello di significato. Cinque secoli fa proprio qui nacque il primo ghetto della storia moderna, istituito dalla Repubblica di Venezia nel 1516. Le sinagoghe del quartiere ebraico, per disposizione delle autorità, dovevano rimanere invisibili dall’esterno e venivano ricavate negli ultimi piani di edifici comuni, senza alcun elemento architettonico che ne rivelasse la funzione. Oggi, al contrario, quella stessa presenza ebraica si manifesta apertamente, librandosi sopra la città come un simbolo che nessuno può ignorare.
Per Kamyshan il carattere “nomade” dell’opera è parte integrante del messaggio. La sinagoga non poggia su alcun terreno perché, spiega l’artista, riflette una condizione storica di continuo movimento. Una metafora dell’identità ebraica, costretta per secoli a ricostruirsi in luoghi sempre diversi, mantenendo vive le proprie tradizioni anche in assenza di una stabilità geografica.
Il progetto nasce anche da una vicenda profondamente personale. L’artista ha scoperto soltanto all’età di undici anni le proprie origini ebraiche. Suo nonno, sopravvissuto al massacro di Drobitsky Yar, nei pressi di Kharkiv, aveva nascosto la propria identità cambiando cognome e scegliendo il silenzio come forma di sopravvivenza. Soltanto molti anni dopo, grazie a un viaggio del figlio in Israele, trovò la forza di raccontare ciò che aveva vissuto.
Nabatele diventa così anche il racconto di una memoria recuperata. La sinagoga sospesa richiama le comunità distrutte dalla Shoah, insieme alle identità rimaste a lungo celate per paura delle persecuzioni. Il titolo dell’opera deriva da un termine yiddish che richiama un invito all’azione e riprende un precedente progetto dell’artista, nel quale una sinagoga volante attraversava virtualmente città come Londra, Varsavia, Berlino, Gerusalemme, Odessa e New York.
L’installazione resterà visibile fino alla metà di settembre e richiede una sorveglianza continua, sia per garantire la stabilità della struttura sia per proteggerla da possibili atti vandalici. Diverse istituzioni ebraiche internazionali hanno già manifestato interesse a ospitarla una volta conclusa l’esposizione veneziana.
In un tempo in cui l’antisemitismo torna a manifestarsi con crescente frequenza anche in Europa, la sinagoga che vola sopra Venezia assume un valore che va oltre la dimensione artistica. È un omaggio alle comunità scomparse, un recupero della memoria familiare dell’autrice e, insieme, una dichiarazione di presenza. Dopo secoli trascorsi spesso nell’invisibilità, quella sagoma sospesa sulla laguna ricorda che la storia ebraica continua a occupare il proprio posto nello spazio pubblico europeo.