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Elezioni in Israele. La diaspora vola a casa pur di votare

Migliaia di israeliani residenti all’estero acquistano biglietti aerei per partecipare al voto del 27 ottobre e rivendicano il legame con il proprio Paese

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Elezioni in Israele. La diaspora vola a casa pur di votare

C’è chi partirà da Belgrado, chi da Atene, chi da Cambridge, nel Massachusetts. Tutti con la stessa destinazione e lo stesso obiettivo: votare. In vista delle elezioni legislative del 27 ottobre, migliaia di cittadini israeliani che vivono all’estero stanno prenotando voli per rientrare in Israele e partecipare alle elezioni della Knesset, dando vita a una mobilitazione spontanea che sta trovando grande visibilità sui social network.

La ragione è semplice. La legge israeliana, salvo limitate eccezioni riservate a diplomatici, personale statale e marittimi, non consente il voto dall’estero. Chi vive fuori dal Paese deve quindi recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto elettorale, sostenendo spesso costi elevati e sacrificando giorni di lavoro o di ferie.

Negli ultimi giorni la piattaforma X si è riempita di fotografie di carte d’imbarco e conferme di prenotazione pubblicate da israeliani residenti in Europa e negli Stati Uniti. Per molti è diventato anche un modo per incoraggiare altri connazionali a fare lo stesso, trasformando un gesto individuale in una sorta di campagna civica.

Tra loro c’è Ira Gommerstadt Levy, quarantenne trasferitasi a Belgrado con il marito e i due figli circa due anni fa. Per la prima volta voterà da residente all’estero e, nonostante il viaggio e le spese, considera il rientro una scelta naturale.
«Israele è sempre casa», spiega. «Non importa dove viviamo oggi. Vogliamo tornare un giorno e crediamo sia importante contribuire al futuro del Paese. Votare è un dovere morale verso Israele, il popolo ebraico e i nostri figli».

Un’altra storia arriva dagli Stati Uniti. Bar Luzon, trentaduenne, vive a Cambridge dopo aver conseguito un dottorato alla New York University e aver ricevuto un incarico di ricerca al Massachusetts Institute of Technology. Anche lei volerà in Israele esclusivamente per votare.

Per Luzon queste elezioni rappresentano un momento decisivo. Racconta di essersi sempre interessata relativamente alla politica, ma di aver cambiato profondamente prospettiva dopo il 7 ottobre e tutto ciò che è seguito, a partire dalla guerra contro Hamas e dalla lunga battaglia per la liberazione degli ostaggi.

«Votare è l’unica cosa concreta che posso fare per cercare di rendere il mio Paese un posto migliore», afferma. «Israele è l’unico Paese che considero casa. Vivo negli Stati Uniti per ragioni professionali, ma continuo a seguire ogni giorno la vita israeliana e torno ogni anno. Finché il Paese attraverserà questa crisi, sento di avere la responsabilità di partecipare».

Le sue parole riflettono un sentimento condiviso da molti israeliani della diaspora. Trasferirsi all’estero per motivi di studio o di lavoro non significa necessariamente recidere il rapporto con Israele. Al contrario, molti continuano a seguire la politica, l’informazione e la vita culturale del Paese con grande attenzione, mantenendo legami familiari e personali molto stretti.

L’impossibilità di votare dall’estero è da anni oggetto di discussione in Israele. I sostenitori di una riforma ritengono che milioni di cittadini residenti temporaneamente fuori dal Paese dovrebbero poter esercitare il diritto di voto senza affrontare lunghi viaggi. I contrari osservano invece che le decisioni politiche devono essere assunte soprattutto da chi vive stabilmente in Israele e ne subisce quotidianamente le conseguenze.

Per ora la normativa resta immutata e chi desidera votare deve salire su un aereo. Una scelta che, soprattutto in occasione di elezioni considerate cruciali per il futuro politico del Paese, molti israeliani residenti all’estero sembrano disposti a compiere senza esitazioni, trasformando un costoso viaggio di ritorno in una dichiarazione di appartenenza e di responsabilità civica.