Per anni, molti giovani arabi che sceglievano di svolgere il servizio civile in Israele preferivano non parlarne, temendo critiche, isolamento o addirittura ritorsioni all’interno delle proprie comunità. Oggi qualcosa sta cambiando. Sempre più ragazze e ragazzi raccontano apertamente quella scelta e la rivendicano come un’opportunità di crescita personale e di partecipazione alla vita del Paese. È un cambiamento silenzioso, ma profondo, che sta modificando il rapporto tra una parte della società araba israeliana e le istituzioni dello Stato.
I numeri raccontano una trasformazione significativa. Nel 2018 i volontari provenienti dalla comunità araba erano circa 3.800. Nel 2025 sono diventati quasi 6.000. Oggi, su circa 20 mila persone impegnate nel servizio civile nazionale in Israele, oltre un quarto appartiene alle comunità araba e drusa. La crescita più consistente è avvenuta proprio durante gli anni della guerra seguita al massacro del 7 ottobre 2023, un dato che molti osservatori considerano sorprendente, considerando il clima di forte tensione tra ebrei e arabi che ha accompagnato il conflitto.
Il servizio civile rappresenta un’alternativa al servizio militare, dal quale la maggior parte dei cittadini arabi israeliani è esentata. I volontari prestano la loro opera in ospedali, servizi di emergenza, scuole, enti locali, uffici pubblici, assistenza sociale e organizzazioni di volontariato. Per molti giovani si tratta anche di un primo contatto con il mondo del lavoro e con realtà diverse da quelle in cui sono cresciuti.
A favorire questa evoluzione contribuisce un fenomeno più ampio. Negli ultimi anni è aumentata sensibilmente la presenza degli arabi israeliani nelle università, nelle professioni sanitarie, nelle imprese tecnologiche e nel settore pubblico. Il servizio civile viene sempre più percepito come uno strumento di integrazione, capace di facilitare l’accesso all’istruzione superiore e al mercato del lavoro, oltre a rafforzare il senso di appartenenza alla società israeliana senza imporre l’arruolamento nelle Forze di difesa israeliane.
Un ruolo importante sembra averlo avuto anche la crescente violenza criminale che colpisce le città e i villaggi arabi. L’aumento degli omicidi legati alla criminalità organizzata ha alimentato il dibattito sulla necessità di offrire ai giovani percorsi alternativi, capaci di sottrarli all’emarginazione e di creare nuove opportunità di formazione e inserimento professionale. In questo quadro il servizio civile viene considerato da molti amministratori locali uno degli strumenti disponibili per rafforzare il tessuto sociale.
La questione è però diventata anche un tema politico. Il leader di Ra’am, Mansour Abbas, insieme a numerosi sindaci delle municipalità arabe, sostiene la creazione di un nuovo modello di servizio civile nazionale, più ampio e strutturato, destinato ai giovani arabi. L’obiettivo dichiarato è valorizzare il contributo delle comunità arabe alla società israeliana senza mettere in discussione la loro identità nazionale e culturale.
La proposta incontra però una forte opposizione da parte degli altri partiti arabi rappresentati alla Knesset. Per i suoi critici, qualunque forma di servizio nazionale rischia di favorire un’integrazione percepita come eccessivamente vicina alle istituzioni statali e, indirettamente, al sistema della sicurezza israeliana. Una contrapposizione destinata a intensificarsi con l’avvicinarsi delle prossime elezioni, nelle quali il rapporto tra cittadinanza araba e Stato sarà uno dei temi più delicati del confronto politico.
L’aspetto forse più interessante riguarda però il cambiamento culturale. Le prime a rompere un tabù sono state soprattutto le giovani donne, oggi sempre più numerose tra i volontari. Molte raccontano pubblicamente la propria esperienza, incoraggiando altre coetanee a seguire lo stesso percorso. In un contesto dove fino a pochi anni fa il silenzio era spesso una forma di autodifesa, questa esposizione pubblica rappresenta già di per sé un segnale di trasformazione.
Resta da capire se il fenomeno continuerà a crescere oppure se verrà frenato dalle tensioni politiche e identitarie che attraversano la società israeliana. I dati mostrano comunque che una parte sempre più consistente dei giovani arabi considera il servizio civile non come una rinuncia alla propria identità, bensì come uno strumento per costruire il proprio futuro. È una dinamica che potrebbe incidere profondamente sul rapporto tra le diverse componenti della popolazione israeliana negli anni a venire, ben oltre il dibattito che oggi anima la politica.