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Israele. Megaoperazione pulizia coste dagli ordigni sommersi

Un progetto pionieristico al largo di Rishon LeZion vuole bonificare il fondale dopo decenni di esercitazioni militari e contribuire alla sicurezza del Mediterraneo

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Israele. Megaoperazione pulizia coste dagli ordigni sommersi

Per decenni quel tratto di mare è stato territorio esclusivamente militare. Oggi Israele vuole restituirlo ai cittadini, liberandolo dagli ordigni inesplosi che si sono accumulati sul fondale dopo anni di esercitazioni. L’operazione, avviata davanti alla costa di Rishon LeZion, rappresenta il primo progetto israeliano dedicato alla bonifica sistematica di munizioni sommerse e potrebbe diventare un modello anche per altri Paesi che devono affrontare lo stesso problema.

L’obiettivo iniziale riguarda circa due chilometri di litorale, chiusi al pubblico fin dalla nascita dello Stato di Israele. Per quasi ottant’anni l’area è stata utilizzata come poligono di tiro, con il lancio di granate, colpi di mortaio e altre munizioni di diverso calibro. Oggi le autorità israeliane intendono ampliare la spiaggia accessibile ai cittadini, offrendo nuovo spazio in una delle zone più densamente popolate della costa mediterranea.

L’impresa è tutt’altro che semplice. Ritrovare ordigni sul fondo del mare, spesso ricoperti dalla sabbia e spostati dalle correnti, equivale davvero a cercare un ago in un pagliaio. Per questo il progetto è partito con una lunga fase sperimentale. I ricercatori dell’Istituto nazionale israeliano di oceanografia, insieme alla National Mine Action Authority del ministero della Difesa, hanno collocato sul fondale riproduzioni di mortai e proiettili dotate di sensori, monitorandone gli spostamenti nel tempo per capire come si comportano gli oggetti sommersi.

Le prime indicazioni sono incoraggianti. I simulacri si sono mossi meno del previsto, suggerendo che gli ordigni reali potrebbero essere concentrati in aree relativamente limitate. Se questa tendenza verrà confermata, la bonifica richiederà un intervento su superfici più contenute, con un notevole risparmio di tempo e risorse.

Il progetto nasce anche da una necessità molto concreta. Israele dispone di circa 194 chilometri di costa mediterranea, ma quasi la metà non è utilizzabile dai civili perché occupata da porti commerciali, basi militari, impianti industriali, centrali elettriche e desalinizzatori. La scarsità di spiagge accessibili è particolarmente evidente nell’area metropolitana di Tel Aviv, dove centinaia di migliaia di persone si concentrano in pochi chilometri di litorale durante la stagione estiva.

La presenza di munizioni inesplose rappresenta inoltre un rischio ambientale oltre che per la sicurezza pubblica. Con il passare degli anni, la corrosione provocata dall’acqua marina può liberare sostanze tossiche e metalli pesanti, contaminando l’ecosistema. Rimane poi il pericolo che un ordigno venga accidentalmente urtato o recuperato da ignari bagnanti o pescatori.

La bonifica dei fondali è diventata una priorità crescente anche a livello internazionale. In Europa sono stati avviati programmi per individuare e rimuovere milioni di tonnellate di residuati bellici ancora presenti nel Mare del Nord e nel Mar Baltico, eredità delle due guerre mondiali. L’interesse è aumentato ulteriormente con lo sviluppo delle infrastrutture sottomarine, dai cavi in fibra ottica indispensabili per Internet fino agli impianti eolici offshore e ai collegamenti energetici.

Nel Mediterraneo orientale, invece, iniziative di questo tipo sono ancora limitate. Anche per questo gli esperti seguono con attenzione il progetto israeliano, che potrebbe offrire nuove conoscenze sulla localizzazione e sulla rimozione di munizioni di piccolo calibro in fondali complessi, caratterizzati da sabbia mobile e visibilità ridotta.

Il ministero della Difesa israeliano conta di raccogliere dati sufficienti per avviare le operazioni di bonifica entro la fine del 2027. I lavori richiederanno diversi anni e investimenti per decine di milioni di dollari. Il programma ha già subito rallentamenti a causa delle guerre combattute da Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in Libano e, più recentemente, contro l’Iran, che hanno costretto a sospendere le immersioni ogni volta che il rischio di attacchi missilistici rendeva troppo pericoloso operare in mare.

Per gli abitanti di Rishon LeZion il traguardo ha anche un valore simbolico. Una volta completata la bonifica, il tratto di costa oggi inaccessibile verrà trasformato in parte in riserva naturale e in parte in nuova area balneare. In un Paese dove il mare è una risorsa preziosa e sempre più contesa, restituire anche solo pochi chilometri di spiaggia significa migliorare concretamente la qualità della vita e dimostrare che la sicurezza può passare anche attraverso il recupero del territorio.