Andy Burnham guiderà il Regno Unito. Dopo essere stato eletto leader del Partito laburista, l’ex sindaco della Grande Manchester entrerà ufficialmente a Downing Street lunedì, succedendo a Keir Starmer e diventando il settimo primo ministro britannico nell’arco di appena dieci anni. La sua ascesa segna una nuova fase della politica britannica e potrebbe avere ripercussioni immediate anche nei rapporti con Israele, che nelle ultime settimane sono già diventati sensibilmente più difficili.
Burnham, soprannominato da tempo il “Re del Nord” per la popolarità conquistata durante gli anni alla guida della Greater Manchester, ha costruito la propria candidatura promettendo un forte decentramento dei poteri da Londra verso le amministrazioni locali, un rilancio dei servizi pubblici e una risposta all’avanzata del partito populista Reform UK di Nigel Farage, oggi indicato da molti sondaggi come il principale avversario dei laburisti. Nel discorso pronunciato dopo l’elezione ha parlato della necessità di “restituire speranza” alle comunità che si sentono dimenticate dalla politica nazionale, cercando di ricompattare un partito uscito profondamente indebolito dalla breve esperienza del governo Starmer.
Sul fronte internazionale, però, è soprattutto il dossier mediorientale ad attirare l’attenzione. Pochi giorni prima della sua elezione, in un’intervista al Guardian rilanciata dalle agenzie internazionali, Burnham aveva sostenuto che il Regno Unito dovesse esercitare una pressione molto più incisiva sul governo israeliano. A suo giudizio Londra ha reagito con ritardo alla guerra scoppiata dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e dovrebbe ora valutare ulteriori strumenti di pressione.
Fra le ipotesi avanzate dal futuro premier figurano nuove sanzioni contro persone ritenute responsabili delle violenze nella Striscia di Gaza e misure per impedire il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, una proposta destinata a riaprire un confronto politico e giuridico che negli ultimi anni ha attraversato diversi Paesi europei.
Il terreno, del resto, era già stato preparato dall’esecutivo uscente. Durante il governo Starmer il Regno Unito ha progressivamente irrigidito la propria posizione nei confronti di Israele, imponendo sanzioni contro alcuni ministri israeliani della destra radicale e riconoscendo ufficialmente lo Stato di Palestina. Una linea che aveva segnato una netta discontinuità rispetto ai governi conservatori e che Burnham sembra intenzionato a proseguire, se non addirittura ad accentuare.
Resta da capire fino a che punto il nuovo primo ministro tradurrà quelle dichiarazioni in decisioni concrete. Burnham eredita un Paese alle prese con una crescita economica debole, servizi pubblici sotto pressione e un consenso elettorale in calo, fattori che inevitabilmente limiteranno il margine d’azione del suo governo. La politica estera rischia quindi di intrecciarsi con le esigenze della politica interna, dove il nuovo leader dovrà dimostrare rapidamente di poter recuperare la fiducia di un elettorato sempre più attratto dalle forze populiste.
Per Israele, comunque, il cambio della guardia a Londra rappresenta un segnale da seguire con attenzione. Il Regno Unito rimane uno degli interlocutori più importanti in Europa sul piano diplomatico, militare e dell’intelligence. Se le anticipazioni formulate da Burnham dovessero trasformarsi in provvedimenti concreti, il nuovo governo britannico potrebbe contribuire ad aumentare ulteriormente la pressione internazionale sull’esecutivo israeliano in una fase nella quale il conflitto regionale resta tutt’altro che concluso.