La donna che ha denunciato Karim Khan per presunte molestie e aggressioni sessuali ha deciso di uscire dall’anonimato mediatico, raccontando pubblicamente la propria versione dei fatti e respingendo con forza una delle accuse che più hanno accompagnato il caso negli ultimi mesi. La funzionaria della Corte penale internazionale, identificata soltanto con il nome di Sarah, ha dichiarato alla CNN di non avere mai agito per conto di Israele e di essere stata trasformata, suo malgrado, in uno strumento di battaglie politiche estranee alla vicenda.
L’intervista arriva in un momento particolarmente delicato per la Corte dell’Aia. Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale, è stato sospeso dalle sue funzioni in attesa della decisione dei 125 Stati membri, chiamati il 24 luglio a votare sulla sua eventuale destituzione. La sospensione è legata alle accuse di cattiva condotta sessuale, che Khan continua a respingere integralmente.
Sarah, una giurista malese di religione musulmana, ha descritto una progressiva escalation di comportamenti che, a suo dire, sarebbero iniziati con gesti apparentemente innocui per trasformarsi in contatti fisici sempre più invasivi. Ha raccontato episodi avvenuti nell’abitazione privata del procuratore, nel suo ufficio e durante missioni di lavoro all’estero, sostenendo di avere spesso temuto di opporsi per il forte squilibrio di potere esistente tra lei e il capo dell’ufficio del procuratore.
“Nessun rapporto può essere consensuale quando esiste una simile disparità di potere”, ha affermato durante l’intervista televisiva, spiegando di aver avuto paura di perdere il lavoro, il permesso di soggiorno nei Paesi Bassi e la possibilità di continuare la propria carriera professionale. Khan, attraverso i suoi legali, ha ribadito di negare qualsiasi rapporto sessuale, consensuale o meno, con la funzionaria.
Uno degli aspetti più delicati dell’intervista riguarda le accuse, circolate soprattutto sui social network, secondo cui Sarah avrebbe agito per conto di Israele con l’obiettivo di screditare il procuratore dopo la richiesta di mandati di arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant.
La funzionaria ha definito questa ricostruzione priva di fondamento, spiegando di essere stata sottoposta ai più rigorosi controlli di sicurezza per lavorare all’interno della Corte penale internazionale, sia durante il mandato di Khan sia sotto la precedente procuratrice Fatou Bensouda. Se fosse mai esistito anche il minimo sospetto di un suo legame con servizi d’intelligence stranieri, ha osservato, sarebbe stata immediatamente rimossa dall’incarico. Le conclusioni delle verifiche interne hanno escluso elementi a sostegno delle accuse di un coinvolgimento israeliano.
L’inchiesta ha assunto un peso crescente anche perché una seconda donna, identificata con lo pseudonimo di Patricia, ha denunciato comportamenti sessualmente inappropriati che risalirebbero al 2009, quando svolgeva un tirocinio sotto la supervisione di Khan. Anche queste accuse vengono respinte dall’attuale procuratore.
La vicenda rischia di avere conseguenze profonde sulla credibilità della Corte penale internazionale, già al centro di forti tensioni geopolitiche dopo le indagini sui conflitti in Ucraina, Sudan e Medio Oriente. Per questo il voto del 24 luglio rappresenterà un passaggio decisivo. Gli Stati membri dovranno stabilire se confermare la rimozione di Karim Khan oppure consentirgli di tornare alla guida dell’ufficio del procuratore. Qualunque sarà l’esito, il caso ha già aperto una delle crisi istituzionali più gravi nella storia della Corte dell’Aia.